Guardando una fotografia della sanità calabrese alla fine del 2025 essa appare come un sistema che migliora sulla carta, ma continua a fallire nella sua funzione più elementare e fondamentale che è quella di garantire cure tempestive, accessibili e affidabili alla popolazione. Il divario con il resto del Paese non solo resta enorme, ma si manifesta in modo sempre più evidente nei momenti critici, quando il cittadino non può “scegliere” e dipende interamente dal servizio pubblico. È in questi frangenti che la sanità diventa misura concreta di cittadinanza e in Calabria quella misura resta più bassa.

Il tema dei Lea è emblematico. Nel 2025 la Calabria registra un avanzamento nei punteggi ministeriali, uscendo formalmente dall’area di massima criticità in alcune dimensioni, anche se a seguito di una rivalutazione dei punteggi. Tuttavia, questo miglioramento è profondamente asimmetrico e, soprattutto, ingannevole se letto senza contesto. I Lea ospedalieri risultano in recupero, così come alcune attività di prevenzione, ma l’area distrettuale resta strutturalmente debole e significativamente al di sotto della sufficienza.

Questo significa che il sistema continua a funzionare solo quando il problema è già esploso, mentre fallisce nella presa in carico precoce, nella continuità assistenziale e nella gestione delle cronicità. In altre parole, la Calabria migliora dove è più facile standardizzare e misurare, ma resta fragile dove conta davvero per la vita quotidiana delle persone.

Questa distorsione produce effetti a catena. Un territorio debole spinge i cittadini verso il pronto soccorso anche per bisogni che dovrebbero essere intercettati prima. Il pronto soccorso, a sua volta, diventa il principale punto di accesso al sistema, sovraccaricandosi e perdendo la sua funzione di filtro per le vere emergenze. I Lea, così, migliorano come indicatori medi, ma peggiorano come esperienza vissuta.

La sanità appare formalmente “in ripresa”, mentre nella realtà quotidiana continua a essere percepita come inaffidabile, lenta e diseguale. È qui che il tema dell’emergenza-urgenza diventa centrale e profondamente problematico. Il sistema calabrese mostra debolezze strutturali proprio nella gestione del tempo, che in sanità equivale spesso alla differenza tra esito favorevole e danno permanente.

La frammentazione territoriale, la carenza di personale stabile, la disomogeneità dei servizi e la difficoltà di integrazione tra 118, pronto soccorso e reti ospedaliere rendono l’emergenza una lotteria geografica. Non tutte le aree hanno lo stesso accesso a interventi rapidi ed efficaci, e non tutti i cittadini hanno le stesse probabilità di ricevere cure adeguate nei cosiddetti “golden minutes”.

In questo senso, il lavoro di ricerca dell’Università Mediterranea del 2025 mette in luce come i flussi di mobilità sanitaria non siano semplicemente una conseguenza di preferenze individuali, ma il risultato prevedibile di squilibri sistemici nell’offerta, soprattutto quando l’accesso ai servizi critici è incerto o diseguale. Applicata all’emergenza-urgenza, questa chiave di lettura mostra una fragilità profonda del modello calabrese.

Quando il sistema non garantisce tempi certi e capacità adeguata nelle situazioni acute, i pazienti “si orientano” altrove, se possono, oppure subiscono ritardi e peggiori esiti se non possono farlo. L’inefficienza non è episodica, ma strutturale e riproducibile. La mobilità sanitaria, allora, non è solo un problema finanziario, ma un indicatore di fallimento dell’equità.

Ogni cittadino che si sposta per curarsi segnala implicitamente che il patto di fiducia con il servizio sanitario regionale è già rotto. In Calabria questo patto è fragile soprattutto nei momenti di massima vulnerabilità: infarti, ictus, traumi, emergenze tempo-dipendenti. Qui il sistema dovrebbe essere più solido e invece mostra le sue crepe più gravi.

Guardando al 2026, le prospettive appaiono tutt’altro che rassicuranti. I miglioramenti parziali registrati nei Lea rischiano di essere effimeri e di consolidare un’illusione di normalizzazione, senza affrontare le radici del problema. Se il rafforzamento del territorio continuerà a procedere lentamente, se l’emergenza-urgenza resterà disomogenea e sotto pressione e se la programmazione continuerà a inseguire i numeri più che i percorsi reali dei pazienti, il rischio è quello di un sistema formalmente vicino a essere “in regola” ma sostanzialmente inadeguato.

In questo scenario, parlare di cittadini di serie B non è una provocazione retorica, ma una descrizione accurata della realtà. Quando la probabilità di sopravvivere o di curarsi bene dipende dal luogo in cui si nasce o si vive, la disuguaglianza smette di essere un’idea astratta e diventa un problema reale che tocca la carne viva dei cittadini.

La sanità calabrese del 2025, letta in profondità, mostra che il problema non è solo fare meglio numericamente, ma fare in modo che il diritto alla salute abbia lo stesso significato ovunque. Se il 2026 non affronterà con decisione il nodo dell’emergenza-urgenza e della debolezza territoriale, il divario non solo resterà, ma rischierà di diventare strutturalmente irreversibile.

*Docente Università Mediterranea di Reggio Calabria