Tra carenze strutturali, mezzi insufficienti e difficoltà nelle aree interne, il sistema dell’emergenza-urgenza resta segnato da criticità mai risolte e riforme rimaste sulla carta
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Vent’anni. Due decenni di dibattiti, interventi in aula, annunci trionfali e riorganizzazioni sulla carta. Eppure, se oggi un cittadino calabrese compone il numero dell’emergenza-urgenza — il vecchio 118, oggi confluito nel Numero Unico Europeo 112 —, la realtà dei fatti non offre alcuna discontinuità con il passato: tempi di attesa interminabili, carenze strutturali e una costante sensazione di abbandono. Cos’è cambiato realmente in tutto questo tempo? Niente. La fotografia del servizio oggi è sovrapponibile a quella di vent’anni fa. La politica regionale, indipendentemente dal colore dei governi che si sono succeduti, ha sistematicamente fatto orecchie da mercante di fronte ai segnali d'allarme lanciati dagli operatori del settore e ancor più dai cittadini e dai media. Ogni proposta migliorativa avanzata da tecnici ed esperti è stata ignorata; ogni piano che avrebbe consentito di ottimizzare la spesa, tagliare gli sprechi e contestualmente potenziare i presidi sul territorio è rimasto chiuso nei cassetti delle Aziende Sanitarie. A guidare l'organizzazione della rete di soccorso sono stati troppo spesso due fattori: il clientelismo e l'incompetenza nella gestione. Scelte strategiche rinviate, nomine dettate da logiche d'appartenenza piuttosto che da criteri di merito e una cronica incapacità di programmazione hanno condotto il sistema al collasso attuale; perché di collasso si tratta nonostante nessuno osa ammetterlo. Mentre altre regioni hanno provato a innovare il modello organizzativo, la Calabria ha deliberatamente evitato di promuovere riforme strutturali. È mancata e continua a mancare una legge regionale organica che definisca in modo chiaro e standardizzato la composizione degli equipaggi delle ambulanze — un’occasione persa per tracciare una linea di demarcazione e fare da apripista a livello nazionale nella gestione del soccorso territoriale. Il risultato è una rete disomogenea, in cui la presenza di medici, infermieri o soli soccorritori a bordo varia in base al territorio e alla casualità del turno. In questo quadro immobilista, a pagare il prezzo più alto restano, come sempre, i cittadini. I tempi di arrivo dei mezzi di soccorso rimangono un'incognita, con zone interne e periferiche drammaticamente penalizzate dove i minuti d'attesa possono fare la differenza tra la vita e la morte. Le promesse elettorali continuano ad arrivare puntuali a ogni campagna elettorale, ma l'unica costante reale resta la precarietà di un servizio essenziale che dovrebbe garantire il diritto fondamentale alla salute. Il paradosso più doloroso di questa lunga stagione è che le risorse economiche e le competenze professionali non sono mai mancate del tutto; sono state semplicemente disperse in un rivolo di consulenze, convenzioni tamponi e soluzioni d'emergenza incapaci di fare sistema. Continuare a trattare la carenza di medici e la paralisi dei trasporti sanitari come un'improvvisa fatalità equivale a una vera e propria omissione politica. Senza un atto di responsabilità coraggioso, obiettivo, eticamente e moralmente onesto, basato sul merito, sulla trasparenza dei costi e su vincoli legislativi stringenti per garantire equipaggi e mezzi idonei in ogni angolo della regione, il soccorso in Calabria continuerà a rimanere un terno al lotto, giocato quotidianamente sulla vita dei suoi abitanti.

