A Sanremo basta pochissimo per cambiare la temperatura di una canzone. Un verso fuori posto, una citazione infilata con precisione chirurgica, un suono che arriva dove la voce non può. “Su di noi”, che nella memoria collettiva è un titolo da karaoke sentimentale e da nostalgia da televisione generalista, nella serata delle cover si è ritrovata addosso un’altra pelle: quella del manifesto politico. Merito – o colpa, dipende da che Sanremo vuoi – dell’interpretazione di Dargen D’Amico insieme a Pupo e al trombettista Fabrizio Bosso.

L’idea è un mash-up che non punta alla sorpresa fine a se stessa, ma a una collisione di significati. Dargen entra in scena e invece di limitarsi a “rifare” un classico lo apre come si fa con una busta sigillata: ci infila dentro un altro testo, un altro immaginario, un’altra urgenza. “Ti auguro di nascere il giorno dell’armistizio”, rappa, riprendendo il brano “Il disertore” di Ivano Fossati, che a sua volta dialoga con l’ombra lunga di Boris Vian e del suo “Le Déserteur”. E improvvisamente “Su di noi” smette di essere soltanto una storia d’amore: diventa una canzone che guarda in faccia la guerra e, proprio per questo, divide.

Pupo fa il suo mestiere da animale da palco, con la voce che resta quella riconoscibile di sempre. Ma qui non è solo un ospite “storico”: è il corpo del brano, la parte pop che regge l’operazione mentre Dargen la destabilizza. E intanto, sullo sfondo, tornano a galla le polemiche che negli ultimi tempi lo inseguono: c’è chi gli contesta di continuare a esibirsi in Russia nonostante il conflitto in Ucraina e di aver espresso posizioni considerate filo-putiniane. Nel contesto dell’Ariston, il contrasto diventa benzina: da una parte gli appelli per la pace in scena, dall’altra l’eco di discussioni che non restano fuori dal teatro. Sanremo, come sempre, prende e rilancia.

Poi c’è Fabrizio Bosso, che in questa costruzione è il dettaglio che fa saltare il banco. La tromba non commenta: incide. Non accompagna: guida. Bosso è considerato uno dei nomi più importanti del jazz italiano e porta sul palco quella qualità che non ha bisogno di didascalie. Ha imbracciato lo strumento a cinque anni, si è diplomato a quindici al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, ha incrociato il jazz grazie al padre Gianni, trombettista autodidatta, e ha respirato l’amore per i cantautori italiani attraverso i dischi ascoltati in casa con la madre Marina. È un percorso che si sente nel fraseggio: tecnico, sì, ma anche narrativo, come se ogni nota sapesse esattamente da dove arriva.

Non è un volto nuovo a Sanremo: questa è la sua settima volta sul palco dell’Ariston. La prima risale al 2003 con Sergio Cammariere, che ha affiancato anche nel 2008. Poi è tornato nel 2009 con Simona Molinari, nel 2011 al fianco di Raphael Gualazzi in “Follia d’Amore” (brano che vinse tra i Giovani), nel 2012 con Nina Zilli e nel 2013 ancora con Gualazzi. Ha collaborato con artisti molto diversi tra loro, da Stefano Di Battista a Frankie hi-nrg mc, da Claudio Baglioni a Paolo Fresu, da Mario Biondi a Bruno Lauzi, ed è uno di quei musicisti che entrano in un brano e lo costringono a cambiare postura.

Il momento in cui la performance si chiude spiega perché, a Sanremo, ogni anno qualcuno prova a “spostare” il festival e quasi sempre ci riesce per pochi minuti. Dopo il mash-up e dopo il gioco di rimandi culturali, arriva un audio di Papa Francesco: “Non rassegniamoci alla guerra”. La platea si alza, standing ovation. È un finale che non lascia spazio alle mezze misure: o lo prendi come un colpo teatrale potente, o lo vivi come una forzatura. Ma di sicuro non passa inosservato, e in un festival dove spesso si rischia l’anestesia, anche questo è un dato.

L’operazione, in fondo, rimette al centro “Il disertore”, la canzone pacifista di Boris Vian (1920-1959) scritta nel 1954. Un testo nato come lettera a un “egregio Presidente”, in cui il protagonista dichiara di non voler uccidere né diventare un assassino, e che negli anni ha attraversato confini e generazioni: interpretata per la prima volta da Marcel Mouloudji nel 1954, poi ripresa da voci come Serge Reggiani e Joan Baez, che la portò in molte marce pacifiste ai tempi della guerra in Vietnam. Dentro questo orizzonte, “Su di noi” diventa un contenitore straniante: una canzone pop che si ritrova a trasportare un messaggio radicale, senza perdere del tutto la sua riconoscibilità.

Il risultato è un Sanremo che torna a fare Sanremo: la musica come miccia, la scena come moltiplicatore, le biografie degli artisti come parte del testo. E la sensazione che, finita l’ultima nota, la domanda vera resti lì, a ronzare più forte della tromba: era una cover o una dichiarazione?