Un fischio acuto. Sintetico. Un voltaggio instabile che graffiava le pareti umide di un teatro di provincia a Nicastro, autunno millenovecentosettantacinque. Sul palco non c'erano paillettes. C'erano i cavi scoperti del Telaio Magnetico e un giovane siciliano magro, lo sguardo perso dietro lenti troppo scure, che registrava il disorientamento di una Calabria studentesca e operaia. Nessuna fotografia ufficiale di quel tour clandestino. Solo il nastro magnetico a catturare lo stupore e il fastidio. Franco Battiato non cercava l'applauso della platea. Cercava la vibrazione della materia. Misurava la distanza esatta tra la terra più arsa del Sud e le galassie sconosciute dello spirito.

Oggi sono cinque anni esatti da quando quel corpo ha smesso di respirare l'aria di Milo. Un lustro di assenza che pesa come piombo sulle nostre spalle distratte. Ma l'errore peggiore sarebbe ridurlo a un'icona pop da consumare la domenica, un santino della buona musica per intellettuali annoiati in cerca di un'identità smarrita. Battiato era un predatore. Un documentarista d'osservazione infiltrato nei meccanismi del consumo di massa. Mentre l'Italia degli anni Ottanta si ingozzava di benessere post-industriale e canzonette da autoradio, lui piazzava la sua cinepresa mentale sui dettagli più crudi e grotteschi dell'esistenza. Il suo esoterismo non era una fuga consolatoria nel misticismo da salotto. Al contrario. Era un corpo a corpo con la carne. Era Georges Gurdjieff applicato al fango della quotidianità. Studiava i movimenti automatici degli uomini, i loro tic, le loro sonnambuliche certezze, descrivendoli con la precisione clinica di un etnografo che filma una tribù avviata all'estinzione.

In questa mappa della sottrazione e dello studio sul campo, la Calabria è stata molto più di un fondale accidentale. È stata un territorio d'elezione per i suoi paradossi più radicali. C'è un filo invisibile, un vero e proprio asse iniziatico, che collega la Sicilia delle sue lave nere alle pietre dell'Appennino calabrese. Non si trattava di banale vicinanza geografica. Era una sintonìa profonda di silenzi, macerie e resistenze. Quando Giacomo Mancini lo volle a Cosenza per traghettare la città nel nuovo millennio, Battiato non portò una festa di piazza. Portò un rito catartico sotto il freddo della Sila, costringendo una marea umana a farsi specchio per le sue visioni geometriche.

Ma il vero capolavoro di questa antropologia dell'invisibile andò in scena anni dopo, nel duemilaundici, sul palcoscenico del Teatro Rendano. Con il Telesio, Battiato celebrò il grande filosofo cosentino della natura eliminando la presenza fisica degli attori. Solo ologrammi. Fantasmi di luce pura che cantavano la percezione sensoriale. Un gioco di specchi ferocissimo: usare la massima astrazione tecnologica per raccontare il pensatore che aveva rimesso i sensi e la materia al centro del mondo. Un'operazione di purissimo cinema di osservazione che negava l'immagine reale per rivelarne l'essenza profonda.

C'è un'ironia sottile, quasi spietata, nel modo in cui il destino ha gestito la sua uscita di scena. Lui, che aveva passato l'intera vita a cercare la quarta via, a smontare la meccanicità dell'ego per trovare l'immateriale, ha dovuto fare i conti con la brutale pesantezza della burocrazia terrena. E qui il cerchio si chiude, ancora una volta, tra le montagne calabresi. Nel maggio del duemilaventiuno, per ridurre in cenere quel guscio ormai logorato dalla malattia, la sua salma ha dovuto attraversare lo Stretto. Destinazione Carpanzano. Un paese minuscolo arroccato sopra i boschi del Savuto, dove fumava l'unico forno crematorio disponibile tra le due sponde. I resti del mistico ridotti a polvere tra i macchinari di un'officina della morte d'alta quota. Niente di poetico. Solo fuoco, ferro e fumo che si disperde nell'aria tagliente.

Cinque anni dopo, la sua mancanza si misura nella totale assenza di vertigine della produzione culturale corrente. Navighiamo in un brodo tiepido di prodotti calcolati al millimetro da menti artificiali, dove nessuno rischia più lo shock dell'ottava, nessuno osa infilare il sacro nel profano con quella sfacciata, aristocratica naturalezza. Restano i dischi consumati, i nastri magnetici del settantacinque, i fantasmi luminosi del Rendano. E resta quel sibilo elettrico che ancora risuona nei teatri vuoti della memoria, come il voltaggio instabile di quel sintetizzatore a Nicastro. Un disturbo di frequenza che non si lascia normalizzare.

*Documentarista Unical