In un’epoca di instabilità internazionale, con finestre del Tg1 che interrompono la diretta per parlare di conflitti globali, il Festival sceglie una narrativa rassicurante e retrò: casa, famiglia e tradizione
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Alberto Terenghi / Pool Sanremo 02 / ipa-agency.net
La chiamano nostalgia. Ma forse è strategia.
La finale di Sanremo si chiude con una vittoria che era annunciata e insieme sorprendente. Sal Da Vinci trionfa con “Per sempre sì”, brano dato per favorito fin dall’inizio. Secondo Sayf, terza Ditonellapiaga, quarta Arisa, quinto il tandem Fedez-Masini.
Ma i numeri raccontano una storia più sottile.
Al televoto Sayf aveva vinto di tre punti su Sal Da Vinci. Nel totale finale, però, lo scarto tra i due è di appena 0,3%. Tradotto: sono stati sala stampa e giuria a determinare il sorpasso decisivo.
Ed è qui che il Festival si fa interessante. Perché questa non è stata solo un’edizione musicale. È stata un’edizione simbolica. Un Sanremo che qualcuno potrebbe definire patriarcale.
Cantanti accompagnati da madri, padri, figli, sorelle e cugini sul palco. Bocelli che entra all’Ariston a cavallo, come un cavaliere medievale. Sal Da Vinci che canta un inno al matrimonio, “Per sempre sì”, che “sfamerà” i matrimoni partenopei dei prossimi trecento anni. Un immaginario maschile, solenne, quasi cavalleresco, che domina la narrazione.
L’ingresso di Andrea Bocelli a cavallo non è stato solo un momento spettacolare. È stato un manifesto: l’Italia lirica, melodica, epica. L’Italia riconoscibile all’estero in tre secondi. L’Italia della tradizione, della famiglia, della promessa eterna.
E guarda caso vince un brano che parla di matrimonio, di “per sempre”, di radici.
Il dato politico – sì, politico – è questo: in un’epoca di instabilità internazionale, con finestre del Tg1 che interrompono la diretta per parlare di conflitti globali, il Festival sceglie una narrativa rassicurante e retrò: casa, famiglia, matrimonio, tradizione.
Ma attenzione: non è solo nostalgia
Se Sayf ha vinto nettamente al televoto e ha perso per 0,3% nel totale, significa che il pubblico da casa aveva espresso una preferenza chiara a suo favore. È stata la componente tecnica, la sala stampa o le radio, a orientare l’esito finale verso una proposta più “identitaria”, più riconoscibile, forse più spendibile in chiave internazionale all’Eurovision. Della serie, se all’estero ci vedono ‘spaghetti e mandolino’, sfruttiamo l’idea.
Portare un’immagine fortemente italiana, melodica, tradizionale, può funzionare più di un tentativo di internazionalizzazione forzata. La scelta potrebbe essere stata lucida, non emotiva.
Un Ariston che sembra dire: torniamo a casa
E poi l’annuncio che cambia il futuro: nel 2027 conduzione e direzione artistica passeranno a Stefano De Martino. Una scelta che apre interrogativi enormi. Perché Sanremo non è una settimana televisiva. È un anno di lavoro, tensioni, trattative, costruzione narrativa. È una macchina totalizzante.
La Rai, dopo una continuità rassicurante, sceglie una rottura generazionale anche dal punto di vista musicale? Lo scopriremo.
Intanto resta il dato. Risultato finale: Sal Da Vinci primo.
Quando il mondo è instabile, si torna ai simboli solidi.
Quando il pubblico si divide, la sala stampa pesa.
Quando l’Ariston sceglie, non sceglie mai solo una canzone.
Sceglie un racconto.
E quest’anno il racconto aveva il sapore della tradizione.


