Dalla collaborazione con i due artisti al secondo posto conquistato senza aspettative, fino al messaggio contro la guerra contenuto nel suo brano
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Per Sayf, 26 anni, nato a Genova da madre tunisina e padre italiano e cresciuto tra Rapallo e Santa Margherita Ligure, la quarta serata del Festival di Sanremo è stata molto più di un semplice duetto. Sul palco dell’Ariston ha condiviso l’esibizione con due nomi storici della musica italiana, Alex Britti e Mario Biondi, in una collaborazione che ha unito generazioni e stili diversi.
«Abbiamo provato a lungo insieme», racconta il rapper. «Sono artisti di grande esperienza ma molto disponibili, aperti al confronto. È stato un vero lavoro di squadra». Un clima disteso che si è riflesso anche sul risultato: il secondo posto nella classifica della serata. «Non avevamo aspettative particolari – spiega – quindi abbiamo accolto il risultato con gratitudine e felicità».
Il dialogo con i giornalisti si sposta poi sul contenuto del suo brano, che affronta il tema della guerra e invita simbolicamente a “disertare”. In un momento storico segnato da nuovi conflitti internazionali, Sayf chiarisce il senso delle sue parole: «Non penso che la musica possa salvare vite, ma può far riflettere. Il mio invito è prendere coscienza, fermarsi prima che certe decisioni diventino irreversibili». Un messaggio che nasce dall’osservazione del clima globale e dalla volontà di stimolare consapevolezza, senza pretese salvifiche.
Alla domanda se l’esibizione vista a Sanremo anticipi l’atmosfera del prossimo tour, l’artista risponde con cautela: «Più che un’anteprima di quello che verrà, è stata una fotografia di ciò che sono stato finora». Un percorso in evoluzione, che non rinnega le radici nel rap ma non vuole nemmeno restarne prigioniero. «Non mi interessa prendere le distanze dal mio genere. Mi sento rapper, però amo la musica senza etichette. Sto imparando, sperimentando. Non voglio essere
Tra i momenti più personali dell’esperienza sanremese c’è stata la presenza della madre sul palco. Una scelta che ha colpito pubblico e addetti ai lavori. «In questi giorni tutto viene percepito in modo amplificato», riflette Sayf. «Per me la famiglia è centrale. Condividere quel momento con mia madre è stato naturale, una gioia autentica». Accanto a lui anche amici di lunga data, arrivati dalla Liguria per sostenerlo.
Il Festival rappresenta per molti artisti un’occasione di scoperta. Cosa vorrebbe che restasse di lui? «Non cerco un ascolto superficiale. Mi piacerebbe che chi mi ha conosciuto qui lo facesse senza obblighi o pregiudizi». Un atteggiamento che riflette la consapevolezza di un percorso costruito passo dopo passo: «Nessuno nasce famoso».
Infine, un dettaglio curioso: la tromba, strumento comparso nella sua esibizione. «L’ho studiata alle medie, ma non l’avevo mai approfondita davvero», racconta. «È stato anche un suggerimento di mia madre quello di riprenderla in mano e lavorarci sopra». Un esempio concreto di come, dietro la crescita artistica, ci siano studio, confronto e legami personali.
Tra identità multiculturale, impegno e libertà creativa, Sayf lascia Sanremo con la consapevolezza di aver mostrato più di una semplice performance: un frammento autentico del proprio percorso.



