Il Granillo si prepara a un finale carico di tensione: mentre sfuma la promozione sul campo la speranza si sposta nei tribunali e la città chiede risposte concrete per uscire dal limbo della Serie D
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Novanta minuti per chiudere un capitolo che, ancora una volta, lascia dietro di sé più rimpianti che certezze. La Reggina domenica si appresta a salutare la stagione con il peso di un’occasione mancata e con una sensazione ormai familiare: quella di essere rimasta intrappolata in una categoria che non le appartiene per storia, ambizione e seguito.
Lo scenario che accompagnerà l’ultima giornata al Granillo è tutt’altro che disteso. Non è la classica atmosfera da fine campionato, fatta di bilanci sereni e programmazione futura. Al contrario, è un clima carico di tensione e interrogativi, dove il campo è passato quasi in secondo piano. Le vicende legate al caso Messina hanno spostato l’attenzione fuori dal rettangolo verde, alimentando una speranza parallela: quella di un ribaltamento nei tribunali sportivi.
La società amaranto ha deciso di esporsi, presentando un esposto alla Procura Federale. Un segnale forte, che testimonia la volontà di difendere i propri interessi, ma che al tempo stesso certifica una realtà amara: la promozione non è stata conquistata sul campo. E affidarsi alla giustizia sportiva, per quanto legittimo, non può cancellare le responsabilità di una stagione che avrebbe dovuto avere un epilogo diverso.
Il nodo centrale resta proprio questo. La Reggina era partita con l’obiettivo dichiarato di tornare immediatamente tra i professionisti. Un obiettivo sostenuto da una tifoseria che non ha mai fatto mancare il proprio apporto, trasformando ogni trasferta in una dimostrazione d’amore e appartenenza. Eppure, ancora una volta, il traguardo è sfumato. Non per episodi isolati, ma per un percorso complessivo che non ha mai dato la sensazione di poter davvero dominare il campionato.
A questo punto, parlare di “transizione” appare fuori luogo. Il rischio concreto è che quella che doveva essere una parentesi si stia trasformando in una condizione strutturale. Il quarto anno consecutivo in Serie D non è più un’ipotesi remota, ma una prospettiva reale. Ed è proprio questo che inquieta maggiormente una piazza come Reggio, abituata a palcoscenici ben diversi.
La pazienza della tifoseria, pur straordinaria, non è infinita. Il sostegno non è mai mancato, ma ora si accompagna a una richiesta chiara: servono risposte. Risposte sulla solidità del progetto, sulle reali ambizioni della proprietà e, soprattutto, sulle scelte future. Perché continuare a navigare nell’incertezza rischia di logorare un ambiente che, nonostante tutto, continua a credere nei propri colori.
In questo contesto, la consueta conferenza stampa pre gara di mister Torrisi assume un valore simbolico. Potrebbe rappresentare un punto di chiusura, il momento della verità su ciò che non ha funzionato. Un’analisi, se arriverà, che dovrà essere lucida e, possibilmente, senza alibi. Perché la sensazione diffusa è che gli errori siano stati molteplici: nella costruzione della squadra, nella gestione dei momenti chiave e nella capacità di reggere la pressione di un campionato che, sulla carta, vedeva la Reggina tra le principali protagoniste.
Domenica, dunque, si giocherà per l’onore. Ma sarà un onore che non basta più. Quando l’arbitro fischierà la fine, si chiuderà una stagione e se ne aprirà immediatamente un’altra, forse ancora più delicata. Non ci sarà tempo per rifugiarsi nelle giustificazioni o nelle speranze legate a eventuali sviluppi giudiziari.
Servirà un cambio di passo netto, deciso, tangibile. Perché il vero rischio non è soltanto restare in Serie D, ma abituarsi a restarci. E questa, per una piazza come Reggio, sarebbe la sconfitta più grande.

