Il 4-2 sul Sambiase non conta: al “Granillo” va in scena una contestazione continua, con la Curva Sud che entra dopo dieci minuti, attacca società e dirigenti e chiude con un confronto durissimo sotto gli spalti. Un solo messaggio: cambiare tutto.
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La Reggina 1914 vince, ma il “Granillo” racconta tutt’altro. Il 4-2 contro il Sambiase scivola via tra i numeri di una partita che non resta. Quello che resta, invece, è il rumore. Fischi, cori, striscioni. E una distanza che ormai non si nasconde più.
La scena iniziale è già un segnale forte. La Curva Sud non c’è. Il settore centrale resta vuoto, spoglio, come se mancasse un pezzo di stadio. Non è un ritardo, è una scelta. I gruppi restano sotto, lontani dagli spalti. «Siamo tutti sotto», è il senso di quei minuti sospesi. Poi, dopo dieci minuti, l’ingresso. E lì cambia tutto.
Non è un semplice arrivo: è una presa di posizione. I fischi accompagnano ogni movimento, i cori partono subito, duri, senza filtri. «Liberatela». Lo striscione si apre e resta lì, teso sopra le teste, come una sentenza già scritta. La partita prova a iniziare, ma sugli spalti è già finita.
In campo la Reggina segna, costruisce, chiude con quattro gol. Ma il “Granillo” non esulta. Fischia. Fischia anche al gol. È un cortocircuito emotivo che dice tutto: non è più il risultato il centro della giornata. È la fiducia che si è consumata, fino a sparire. «Giocatori svogliati e sottopagati, frutto della vostra incompetenza». Le parole scorrono sugli striscioni e diventano coro, diventano voce collettiva.
La contestazione è totale. Non si salva nessuno. La società è il bersaglio principale, i dirigenti vengono chiamati per nome, uno dopo l’altro. È una protesta che non distingue più ruoli: è l’intero sistema ad essere messo sotto accusa. Anche la squadra paga, tra fischi e silenzi pesanti, mentre la partita scorre quasi in secondo piano.
E poi arriva il momento più vero. Quello che resta. Quello sotto la curva.
I giocatori si avvicinano, cercano il confronto. Per un attimo cambia il tono: «Non fischiate adesso», arriva dall’alto. Si crea uno spazio, un silenzio diverso. Poi parte la voce. Una voce sola, che si prende la responsabilità di parlare per tutti. «Dovete capire che qua la gente è stanca. Noi vi abbiamo sostenuto sempre». Applausi. Ma sono applausi amari, che accompagnano più le parole che i giocatori.
«La Reggina non è vostra. Se avete un minimo di decenza, dovete andare via». È lì che si capisce tutto. Non è uno sfogo, è una posizione. Lucida, netta. «Noi non siamo contro la maglia. Noi siamo contro chi la sta distruggendo».E allora il messaggio si chiude così, senza più giri: «Liberate la Reggina».
Sotto, i calciatori restano in silenzio. Qualcuno abbassa lo sguardo, qualcuno annuisce. Non c’è tensione, non c’è reazione. Solo la consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa che va oltre il campo.
Intanto, fuori da qui, la stagione ha già dato il suo verdetto. La promozione è sfumata, il Savoia vola in Serie C, e per la Reggina 1914 restano i play-off. «Inutili», li definisce la stessa curva. Domenica ci sarà l’Athletic Palermo, ma senza il cuore dello stadio. La Curva Sud ha già deciso: diserterà. Non per indifferenza. Per protesta.
E mentre il “Granillo” si svuota lentamente, resta nell’aria una sensazione precisa. Non è finita con una partita. È finito qualcosa di più. Resta il rumore dei fischi. Resta il peso degli striscioni. Resta una richiesta, ripetuta per novanta minuti e oltre. «Andate via».

