La tempesta Harry è stata una mazzata, climatica e umana. «È stata sicuramente la tempesta peggiore del Ventunesimo secolo per l’Italia meridionale». Parole di Giulio Betti, climatologo del Cnr, riportate dal quotidiano Domani. È una frase che, pronunciata con la calma di chi conosce i numeri e il contesto, pesa come un verdetto: non si tratta di un evento isolato, ma di un segnale che disegna una linea sempre più netta tra ciò che eravamo abituati a considerare “eccezionale” e ciò che invece sta diventando la nuova normalità.

Sui tempi di ritorno — la probabilità che un evento di questa gravità si ripeta in quel contesto — e sul legame di causalità con il riscaldamento globale, «serviranno degli studi di attribuzione basati sui modelli e sulle serie storiche, ma è anche impossibile non collegare quello che abbiamo osservato al contesto della crisi climatica, di un'atmosfera più calda, e quindi più carica di vapore acqueo, e di un mare surriscaldato da anni in modo anomalo». In altre parole: serve la scienza per quantificare, ma non serve la scienza per capire.

Per le tre regioni colpite — Sicilia, Sardegna e Calabria — è il momento di smaltire lo shock e iniziare la ricostruzione. Per l’Italia, invece, è arrivato il momento di riprendere una riflessione che sembrava interrotta, come se il paese avesse accettato una tregua temporanea e l’avesse scambiata per normalità.

Il 2025 era stato un anno di relativa tregua dopo un triennio segnato da eventi drammatici: il crollo della Marmolada, le alluvioni con decine di morti nelle Marche, a Ischia, in Romagna e in Toscana, due annate di siccità grave e ondate di calore nelle città. Come se la crisi climatica avesse concesso un anno di respiro, un tempo utile per prepararsi. Ma quel tempo è stato sprecato. Lo abbiamo usato per dimenticare, per cancellare la memoria dei danni e dei traumi, per relegare il tema in fondo alla lista delle priorità. Una tendenza incoraggiata dall’aggressivo negazionismo degli Stati Uniti e dall’arretramento del Green Deal europeo.

È stata una tempesta perfetta dell’indifferenza, che ha continuato a reggere anche durante la tempesta stessa, quando il resto d’Italia ha ignorato le immagini e l’angoscia che arrivavano da Sicilia, Sardegna e Calabria, regioni che in quella settimana si sono sentite più lontane che mai dal resto del paese.

Poi è arrivata la realtà, troppo grande per essere ignorata: il 2025 era stata un’eccezione fortunata in un paese climaticamente pericoloso. Harry non è stata solo un evento di grande impatto, ma anche un’anomalia statistica.

Le onde gigantesche che abbiamo visto derivano, come spiega Betti, dalla sovrapposizione di onde da vento, le cosiddette onde vive, con le onde lunghe. Il fenomeno che ne è nato è lo storm surge, l’invasione dell’acqua di mare sulla terraferma causata da un ciclone, tipica di mari molto più aperti e lontani dal Mediterraneo.

Il climatologo Filippo Thiery aggiunge altri due elementi che rendono l’evento ancora più eccezionale: la persistenza, ovvero le quarantotto ore di picco tra lunedì e martedì, e l’estensione, perché ha interessato tutta la Sardegna, la Calabria e la Sicilia orientale. Quanto è stata eccezionale? Spiega Thiery: «Siamo tra l’eccezionale e l’unico, con l’ulteriore anomalia che questo sarebbe un fenomeno autunnale e non invernale».

Harry è stato devastante dal punto di vista economico, ma non ha fatto vittime. E anche questo è un dato che pesa, perché non è frutto del caso: «La macchina dei divieti e delle ordinanze in stile lockdown ha evidentemente funzionato, ed è una buona notizia, perché la gente è rimasta barricata in casa e i pochi che hanno avuto comportamenti scriteriati per osservare le onde sono stati fortunati».

La percezione del rischio sta aumentando, ma l’adattamento alla crisi è ancora fermo. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è inapplicato da due anni e manca di adeguati finanziamenti. Solo una settimana fa è stato istituito l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, che avrebbe dovuto essere operativo già nel primo semestre del 2024.

La tempesta Harry ha restituito al paese un’immagine che molti volevano evitare: non è più possibile rimandare. Non è più possibile guardare altrove. Il clima ha cambiato le regole, e l’Italia deve cambiare il modo di affrontarle.