Il ciclone Harry ha messo ancora una volta in luce una frattura profonda: nel Settentrione i danni del maltempo sono raccontati come un’emergenza economica nazionale da risolvere in fretta, mentre nel Meridione tendono a essere normalizzati e spettacolarizzati. Così un’allerta meteo diventa uno specchio dei pregiudizi
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Il passaggio del ciclone Harry è stato l’ennesimo specchio deformante in cui abbiamo visto riflessa un’identità nazionale ancora profondamente frammentata, dove persino il fango e la pioggia sembrano avere un peso specifico differente a seconda della latitudine su cui si poggiano.
Se proviamo a spogliarci dei dati tecnici per indossare le lenti dell’osservatore sociale, ci accorgiamo che il fango non ha lo stesso odore mediatico e politico in tutto lo Stivale. Esiste una sorta di “geografia del dolore” che condiziona non solo il modo in cui percepiamo il disastro, ma anche come decidiamo di ripararlo.
Quando il cielo si rompe sopra le pianure del Nord, la cronaca si trasforma immediatamente in un bollettino di guerra economica. È qui che emerge un particolare umanesimo del fare attraverso l’immagine del cittadino con gli stivali di gomma che spala davanti al suo capannone che diventa l’icona di una regione che non può e non deve fermarsi. In questo contesto, il maltempo è descritto come un “intruso”, un nemico del progresso che va sconfitto a colpi di stanziamenti rapidi e ricostruzioni record. Il danno è percepito come collettivo perché tocca il motore produttivo, il “portafoglio” del Paese, generando un senso di urgenza che unisce l'opinione pubblica da Milano a Bari.
Al Sud, il ciclone Harry ha seguito un copione tristemente diverso. Qui la narrazione scivola fatalmente verso quello che potremmo definire il “folklorismo della sciagura”. Le onde di dieci metri che hanno sventrato i lungomari della Calabria e della Sicilia sono state trattate dai media quasi come un evento spettacolistico, un’esotica manifestazione della forza della natura. C’è un distacco antropologico sottile che consiste nella normalizzazione del disastro, trasformato nell'ennesima conferma di una fragilità atavica. Si parla meno di aziende interrotte e molto più di “destino”, quasi a suggerire che il crollo di un costone roccioso sia una colpa degli avi piuttosto che un’emergenza nazionale presente.
Questa dicotomia si fa ancora più cruda se osserviamo i palazzi del potere. Esiste una sorta di pragmatismo asimmetrico nella gestione post-emergenza.
Al Nord, la politica risponde a una pressione corale. Le lobby industriali, gli enti locali e le associazioni di categoria formano un fronte unico che esige risposte in tempi certi. Qui, lo “Stato di Emergenza” è un atto gestionale, quasi un passaggio burocratico per rimettere in moto la macchina.
Al Sud, la politica si trasforma spesso in un tribunale inquisitorio. Prima ancora di capire come ricostruire ciò che Harry ha distrutto, il dibattito si sposta sulla ricerca dei colpevoli: l’abusivismo edilizio, l’incuria dei comuni, i fondi europei non spesi. Sebbene queste criticità siano reali, vengono spesso utilizzate come uno scudo morale per giustificare ritardi o per presentare gli aiuti come una concessione generosa (quasi assistenziale) piuttosto che come un investimento dovuto a una parte della nazione.
Il paradosso più amaro, a mio avviso, risiede nella capacità di progettare il futuro. Al Nord, il sistema dei consorzi di bonifica e una pubblica amministrazione più strutturata permettono di trasformare il trauma del maltempo in nuovi progetti di difesa. Al Sud, il ciclone Harry ha colpito territori che spesso non hanno nemmeno i tecnici per presentare i piani di recupero. È un circolo vizioso, ovvero la mancanza di prevenzione genera il disastro, il disastro genera il biasimo politico, e il biasimo politico rallenta i fondi necessari a fare prevenzione.
In definitiva, Harry ci ha confermato che l'Unità d'Italia rischia di svanire sotto un’allerta meteo arancione. Finché continueremo a considerare le alluvioni del Nord come “emergenze di sistema” e quelle del Sud come “questioni locali di dissesto”, non faremo mai un vero passo avanti come comunità.
Il fango ha la stessa densità e lo stesso colore ovunque, eppure continuiamo a pesarlo con bilance truccate dal pregiudizio. Non è solo una questione di soldi, ma di sguardo. Finché il Sud sarà considerato un malato cronico da tenere in vita con flebo di emergenza, e il Nord un atleta infortunato da rimettere subito in campo, la pioggia continuerà a dividerci molto più dei confini regionali.
*documentarista



