L’Azienda sanitaria provinciale revoca in autotutela la gara ventennale dopo la bocciatura dell’Anticorruzione. L’Autorità parla di vizi insanabili, assenza di rischio per il privato, carenze istruttorie e criticità nel piano economico-finanziario. Saltano bando e delibere: ora si apre un caso politico sulla gestione della sanità calabrese
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Non un semplice vizio formale né una correzione tecnica: alla fine è arrivata una bocciatura sostanziale dell’intera architettura della gara.
L’Asp di Cosenza è stata costretta ad avviare l’annullamento in autotutela della maxi procedura da quasi 139 milioni di euro per lavori e servizi nelle strutture sanitarie provinciali dopo che l’Autorità nazionale anticorruzione ha demolito, punto per punto, il modello di partenariato pubblico-privato costruito dall’azienda sanitaria.
Nella nuova determina, firmata dal commissario straordinario Vitaliano De Salazar, l’Asp recepisce integralmente i rilievi contenuti nella delibera Anac numero 88 del 4 marzo 2026 e arriva a definire «insanabili» le criticità evidenziate dall’Autorità. Una formula pesantissima, che fotografa il fallimento amministrativo di una delle operazioni economiche più rilevanti degli ultimi anni nella sanità calabrese.
Saltano così la delibera di fattibilità approvata nel novembre 2025, il bando pubblicato a dicembre e tutti gli atti collegati alla procedura costruita attorno alla proposta del Consorzio stabile Italia Servizi.
La gara trasformata in un “falso” PPP
Il cuore politico e amministrativo della vicenda sta tutto qui: secondo l’Anac, quella presentata come una concessione di partenariato pubblico-privato non aveva in realtà le caratteristiche essenziali di un vero PPP.
Nel diritto europeo e nel Codice dei contratti pubblici, infatti, il partenariato si regge su un principio preciso: il privato investe e si assume un rischio operativo reale. Se il servizio funziona male, se gli standard non vengono rispettati o se la gestione non produce i risultati previsti, il concessionario deve poter perdere economicamente. Ma nel caso dell’Asp di Cosenza, secondo l’Autorità, questo rischio semplicemente non c’era.
L’impianto contrattuale non prevedeva un sistema credibile di penali, controlli e meccanismi capaci di incidere concretamente sui ricavi del concessionario. I flussi economici risultavano sostanzialmente garantiti, con canoni predeterminati e non realmente collegati alla qualità delle prestazioni erogate. Tradotto: il privato avrebbe incassato comunque.
Ed è proprio questo il passaggio più devastante del parere Anac, perché svuota completamente la natura del project financing trasformandolo, di fatto, in un appalto tradizionale mascherato da PPP.
Una contestazione che va ben oltre il caso cosentino e che tocca uno dei nodi più delicati della gestione sanitaria pubblica: l’utilizzo dei partenariati – e per l’Asp di Cosenza ce ne sono altri due sul tavolo dell’Anac dopo un esposto – come strumenti finanziari per aggirare rigidità di bilancio e spalmarne i costi nel lungo periodo.
L’ombra di un’istruttoria insufficiente
Ma c’è un altro elemento che pesa politicamente nella vicenda: l’Anac certifica una grave carenza istruttoria nella fase che ha portato l’Asp a dichiarare “fattibile” il progetto.
Secondo l’Autorità, manca un’analisi approfondita della convenienza economica dell’operazione. Non risulta svolto un serio confronto con l’alternativa dell’appalto tradizionale. E soprattutto non viene spiegato in modo adeguato perché il partenariato pubblico-privato sarebbe stato preferibile per l’interesse pubblico.
In altre parole, una scelta da quasi 139 milioni di euro sarebbe stata costruita senza dimostrare realmente che fosse la soluzione migliore per la sanità pubblica. Un rilievo che apre inevitabilmente interrogativi sul livello di approfondimento con cui è stata istruita un’operazione tanto rilevante.
Il pasticcio del progetto sbagliato
Come se non bastasse, l’Anac individua anche un clamoroso errore documentale: alla delibera sarebbe stata allegata una proposta diversa da quella formalmente approvata. L’Asp parla di “errore di collazione”, ma il risultato è che la gara sarebbe stata costruita su documentazione non coincidente con il progetto validato dall’amministrazione. Un elemento che contribuisce a rendere ancora più fragile l’intera procedura.
Il nodo del piano economico-finanziario
A crollare è anche il piano economico-finanziario dell’operazione.
Secondo i rilievi recepiti dall’Asp, il Pef era privo di elementi fondamentali richiesti dalle linee guida Anac e dalla Ragioneria generale dello Stato per operazioni di questo tipo.
Mancavano indicatori essenziali per verificare sostenibilità, equilibrio economico e reale recupero degli investimenti. Un vuoto tecnico che, nella sostanza, impediva di capire se la concessione ventennale fosse realmente sostenibile oppure no. Ed è qui che la vicenda assume una dimensione ancora più delicata: perché il project financing avrebbe impegnato per vent’anni risorse pubbliche legate ai servizi sanitari provinciali.
La resa dell’Asp
Il dato forse più significativo è che l’Asp non prova neppure a difendere la procedura. Nella determina si parla apertamente della necessità di evitare «il consolidamento di effetti giuridici derivanti da una procedura illegittima» e di prevenire futuri contenziosi. Una presa d’atto netta della fragilità dell’intera operazione.
Non solo. L’azienda sanitaria dispone anche che eventuali future procedure vengano completamente riscritte: nuove penali, nuovi standard qualitativi, revisione integrale del piano economico-finanziario ed eliminazione del diritto di prelazione del promotore privato, alla luce della recente giurisprudenza europea. Di fatto, l’intero impianto originario viene smontato.
Bando da 139 milioni annullato, le conseguenze
La vicenda rischia ora di produrre effetti rilevanti. Perché la gara rappresentava una delle operazioni più imponenti degli ultimi anni nella sanità calabrese e avrebbe inciso per due decenni sulla gestione di servizi strategici nelle strutture dell’Asp di Cosenza.
L’intervento dell’Anac certifica invece un quadro di gravi criticità amministrative: istruttoria insufficiente, modello contrattuale sbagliato, rischio operativo inesistente, piano economico-finanziario lacunoso e perfino errori nella documentazione posta a base di gara. Un fallimento tecnico che inevitabilmente diventa anche politico.
E adesso resta una domanda sul tavolo: chi ha costruito e validato un’operazione da 139 milioni di euro che, secondo l’Autorità anticorruzione, non possedeva nemmeno i requisiti essenziali per essere qualificata come partenariato pubblico-privato?



