La Calabria cambia paradigma. E lo fa su uno dei temi più delicati e simbolici della sua identità: i piccoli borghi. Da una parte il passato, rappresentato dal bando del 2018 sulla valorizzazione dei borghi. Dall’altra la nuova linea strategica lanciata dalla Regione con il progetto “Ripopola Calabria”, che non punta più solo a recuperare muri e piazze, ma a riportare vita, residenti e lavoro nei centri storici svuotati.

Due strumenti, apparentemente simili. In realtà, due visioni profondamente diverse. Il bando del 2018 nasceva in una stagione in cui la priorità era rendere attrattivi i borghi calabresi, soprattutto dal punto di vista turistico e culturale. Risorse importanti, fino a un milione e mezzo di euro per progetto, destinate ai Comuni per interventi di recupero urbano, riqualificazione di immobili, creazione di spazi culturali e promozione territoriale.

Un’operazione che, in molti casi, ha prodotto risultati visibili: centri storici riqualificati, piazze restituite alla comunità, iniziative culturali capaci di accendere i riflettori su territori dimenticati. Ma con un limite evidente, che oggi emerge con chiarezza: si è lavorato sull’estetica dei borghi, non sulla loro sopravvivenza. Molti di quei centri, pur restaurati, sono rimasti vuoti. Senza residenti stabili, senza economia, senza servizi. Belle cartoline, ma senza vita.

È da questa consapevolezza che nasce la nuova impostazione della Regione Calabria. Con “Ripopola Calabria” il baricentro si sposta. Non più solo Comuni, ma persone, imprese, famiglie. Non più solo restauro, ma residenza, lavoro, servizi. Non più valorizzazione, ma ripopolamento.

L’obiettivo è dichiarato e ambizioso: invertire la tendenza allo spopolamento che da decenni svuota l’entroterra calabrese. Il progetto si inserisce nella programmazione europea 2021–2027 e dialoga con le politiche nazionali e del PNRR dedicate alla rigenerazione dei borghi.

La differenza sostanziale è nella logica: non basta rendere un borgo bello, bisogna renderlo abitabile e conveniente. Tradotto: servono incentivi per chi decide di trasferirsi, sostegno alle imprese che investono nei piccoli centri, servizi essenziali garantiti, connessioni digitali efficienti, sanità e scuola accessibili.

È un cambio di passo che sposta la sfida su un terreno molto più complesso. Perché, se il bando del 2018 era, in fondo, un’operazione urbanistica e culturale, «Ripopola Calabria» è una scommessa demografica ed economica. E qui si gioca la vera partita.

Perché riportare persone nei borghi non è solo una questione di finanziamenti. È una questione di credibilità del sistema territoriale. Chi si trasferisce pretende lavoro, servizi, qualità della vita. Non bastano le case ristrutturate o i centri storici suggestivi.

Il rischio, altrimenti, è replicare errori già visti: progetti ambiziosi sulla carta, ma incapaci di produrre effetti duraturi. Eppure, proprio perché più complesso, il nuovo approccio appare anche più corretto. Perché agisce sulla causa, lo spopolamento, e non solo sulle conseguenze: il degrado urbano.

La Calabria, in questo senso, si allinea alle più avanzate politiche europee di rigenerazione territoriale, che mettono al centro le comunità e non solo le infrastrutture.

La sfida è aperta. Dal «rifacciamo i borghi» al «riempiamo i borghi» il passo è enorme. E non privo di incognite. Ma è un passaggio obbligato. Perché senza persone, anche il borgo più bello resta solo un luogo da visitare. Non un luogo in cui vivere.