Vissuta nei lussi tra i rampolli più ricchi e influenti d’America e Europa, la figlia prediletta del magnate e uomo del Mossad Robert Maxwell, morto in circostanze misteriose, è un elemento chiave della complessa indagine su Epstein. Condannata in primo grado a vent’anni, spera nella grazia di Trump per uscire di galera
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La corte di Jeffrey Epstein è sempre stata molto popolosa e impermeabile agli scandali.
Pensatori come Chomsky, reali come il principe Andrea, politici come Clinton e Bush, registi come Woody Allen, modelle come Naomi Campbell, imprenditori di platino in scarpe da tennis e felpe gualcite che avevano fatto i miliardi con i social (come Zuckerberg) o con le auto elettriche (come Musk, che in diverse email elemosina un invito sull’isola di Epstein per partecipare a uno dei famosi party esclusivi), sbavavano dietro a quell’uomo, quel mago della finanza, che poteva realizzare qualsiasi capriccio, qualsiasi richiesta, qualsiasi sogno per quanto perverso fosse.
Poi c’erano gli scienziati, cervelloni che arrivavano dalle più prestigiose università del mondo e coccolavano quel rapporto con Epstein anche dopo la valanga di guai e i terribili sospetti che aleggiavano sulla sua persona. Tra loro anche Martin Nowak. Il professore di matematica e biologia di origine austriaca insegnava a Harvard. Cattolico e specializzato nel lavoro sulla dinamica evolutiva, da Epstein ricevette un bel po’ di quattrini per le sue ricerche.
Nei ringraziamenti del suo libro “Evolutionary Dynamics: Exploring the Equations of Life” si legge: "Ringrazio Jeffrey Epstein per le numerose idee e per avermi permesso di partecipare alla sua appassionata ricerca della conoscenza in tutte le sue forme". Ma in un’email privata, contenuta negli Epstein file, il tono e gli argomenti sono molto diversi.
«L’hai torturata?» chiede Epstein a Martin Nowak. Lo scambio è del 2014. «La nostra spia è stata catturata dopo aver completato la sua missione», risponde Nowak.
Nei nuovi documenti pubblicati dal DOJ, oltre a conversazioni su possibili viaggi nel tempo, si fa riferimento anche a una donazione di 6,5 milioni di dollari, fatta da Epstein a Nowak, per viaggi privati e il pagamento di sanzioni universitarie. Dopo la morte del miliardario, Harvard chiuse nel 2021 il Program for Evolutionary Dynamics (PED), l’istituto che Epstein aveva finanziato e che Nowak aveva diretto. Il docente è poi stato riabilitato e continua oggi a insegnare nel Dipartimento di Matematica e di Biologia Organismica ed Evoluzionistica di Harvard.
Ghislaine, una ragazza fortunata
Prima di incontrare Epstein nel ‘91 o giù di lì, Ghislaine Maxwell era quella che si poteva chiamare una socialite: un giorno saltava su un jet per festeggiare qualche marchio di lusso, beveva un drink e mangiava caviale a Londra; poi faceva un salto a Singapore, il giorno dopo a Parigi alle sfilate, il giorno dopo ancora eccola guardare l’aurora boreale in Islanda.
Si era laureata ad Oxford in Storia moderna e la sua vita era una sequenza infinita di party, circoli esclusivi, gioielli, affari. Tutti la conoscevano e lei conosceva tutti. Aveva la fama di essere una ragazza molto simpatica, disinibita, con la passione per le barzellette spinte. Era la classica bellezza degli anni Ottanta: fisico asciutto, capelli portati spesso molto corti, abiti firmati. Il suo conto in banca le permetteva di avere e fare tutto quello che desiderava quando lo desiderava.
Nel nome del padre
Portava in dote un nome di piombo e oro, quello di suo padre, Ian Robert Maxwell. Magnate dell’editoria, l’anti-Murdoch; fondatore, presidente e Ceo della Maxwell Communications Corporation, proprietario e presidente del Mirror Group Newspapers (MGN), ex membro del Parlamento britannico per i Laburisti e, soprattutto, tra gli agenti più scaltri e stimati del Mossad, il servizio segreto israeliano, col compito (tra gli altri) di fare da ponte tra la Russia e la Gran Bretagna.
Robert Maxwell non era un uomo affabile, al contrario. In famiglia e sul lavoro era un despota, tanto da essersi meritato l’appellativo di “bullo”. Sua moglie, che tradiva senza grandi riguardi, era invece una donna molto dimessa e modesta, anche nell’aspetto, una saggista che dedicò la sua vita a scritti sull’Olocausto e chiuse sempre un occhio sui vizi del marito. Appare nelle foto ufficiali quasi come un’ombra alle spalle del marito-padrone.
Per Maxwell la donna da sposare doveva essere integerrima, sottomessa e procreare, ma quelle che ti portavi a letto dovevano essere sexy, giovani e senza freni.
Questo concetto primitivo entrò come un legittimo principio patriarcale nella mente di Ghislaine, la nona figlia Maxwell, la preferita. La ragazza adorava il padre in modo quasi morboso ed era ricambiata. Quando Robert Maxwell morì, Ghislaine fu devastata dal dolore e si aprì in lei una breccia che Jeffrey Epstein, con tempismo perfetto, riempì, insinuandosi nella delicata situazione umana e finanziaria che portò i Maxwell dalle stelle alla rovina.
Il giorno zero
Per Ghislaine Maxwell il giorno zero fu il 4 novembre del 1991. Robert Maxwell quel lunedì di tardo autunno, salì sul suo panfilo, il “Lady Ghislaine”, ormeggiato a Santa Cruz di Tenerife, e intorno alle 10 di sera si mise in rotta per Puerto de los Cristianos. Aveva litigato con suo figlio Kevin e annullato anche gli impegni del giorno dopo perché era ancora molto raffreddato e voleva riposare. A bordo con lui c’erano 13 membri dell’equipaggio e il capitano Gus Rankin. L’ultima volta che fu visto vivo fu tra le 4:25 e 4:45 del mattino del 5 novembre. I testimoni riferirono che camminava avanti e indietro sul pontile fino a quando chiese all’equipaggio di abbassare l’aria condizionata nella sua cabina e si ritirò a dormire.
Il mattino dopo non era nel suo letto e nemmeno a bordo. Il suo cadavere venne ritrovato da un peschereccio più tardi. Robert Maxwell era nudo con una ferita in fronte. Dissero che era scivolato e aveva battuto la testa finendo in mare. A riconoscere il corpo furono la moglie Elisabeth e il figlio Philip distrutti da quella notizia che avrebbe cambiato le loro vite per sempre. Il magnate venne sepolto con tutti gli onori - e tutti i suoi segreti - sul Monte degli Ulivi, a Gerusalemme, e il presidente israeliano Chaim Herzog gli cantò l’elogio funebre personalmente. Praticamente il funerale di un capo di Stato.
«Maxwell ha fatto per Israele più di quanto sia possibile raccontare pubblicamente».
Chaim Herzog
Per Ghislaine, all’epoca neanche trentenne, al dolore della perdita si accompagnò quello della scoperta. Venne alla luce che il padre era praticamente rovinato. Aveva accumulato debiti per 3 miliardi di sterline: un abisso. Nel tentativo di colmare il disavanzo aveva venduto asset di famiglia e, soprattutto, aveva attinto ai fondi pensione delle sue imprese per coprire i debiti aziendali, lasciando un buco di quasi 460 milioni di sterline. I titoli del gruppo Maxwell andarono in picchiata.
Prima della morte del padre, quando la sua vita sembrava scorrere in discesa, Ghislaine stava accarezzando l’idea di trasferirsi negli Stati Uniti. Gestiva la sua società, la Maxwell’s Corporate Gifts, e al tempo stesso lavorava per lui, che stava per lanciare il nuovo quotidiano The European. Anche quando tentava di affrancarsi, Robert Maxwell trovava sempre il modo di richiamarla nella sua orbita. «In ogni caso lavoravo sempre con mio padre; non c’era modo di sottrarsi».
Nell’estate del 1991, Ghislaine era stata lasciata, dopo quattro anni di relazione, da Gianfranco Cicogna, il “turbo conte” – così lo chiamavano gli amici – nobile di origine veneziana che qualche tempo dopo morì quando il suo Aero L-39 Albatros si schiantò durante il Klerksdorp Airshow, in Sudafrica. Un’amica americana, nel tentativo di risollevarle il morale, la chiamò e le disse: «Ho qualcuno che devi assolutamente conoscere».
«Chi sarebbe?»
«Jeffrey Epstein. Sta uscendo con mia sorella. Ti piacerà. Sta cercando una moglie».
«Va bene», rispose Ghislaine.
Organizzarono un incontro nell’ufficio di Epstein, a New York, nei pressi di Madison Square Garden. Quando lui le venne incontro, la prima cosa che lei notò fu la cravatta macchiata di ketchup: un’enorme chiazza rossa.
«Oh, wow», si limitò a dire.
Lui sorrise, la fece accomodare e le offrì un tè.
«Sono a New York di passaggio. Cerco immobili da acquistare per conto di mio padre».
Epstein le disse che anche lui stava valutando alcune proprietà. «Ti va dare una mano anche a me?» Le chiese.
«Mi va».
Epstein e Ghislaine furono amici e amanti, ma dopo la morte di Robert Maxwell la loro relazione comunque cambiò. I Maxwell avevano perso le attività, le aziende, la reputazione. La stampa stava loro addosso, lo scandalo legato ai debiti li aveva travolti come una slavina. Ghislaine decise di stabilirsi definitivamente in America, dove le pressioni erano più lievi che nel Regno Unito. Epstein la chiamò. «Puoi continuare ad aiutarmi. Ho bisogno di un’altra casa, potremmo arredarla, che dici?» le propose. Cominciò tutto così.
Tuttofare, geisha, sottomessa
Logistica degli appuntamenti, gestione della casa, arredamento, coordinamento del personale domestico; gestione di ristrutturazioni, progetti edilizi, coordinamento del personale tra le residenze. Ghislaine Maxwell ormai era impiegata a tempo pieno alle dipendenze di Epstein che arrivò a pagarla fino a 250mila dollari l’anno. Dall’orbita del padre a quella di Epstein il passo fu molto breve.
La sua sopravvivenza economica dipendeva ormai interamente da lui. In quella figura maschile Ghislaine riconosceva un riflesso paterno, una presenza dominante alla quale agganciarsi. Divenne la sua sacerdotessa, lui il centro gravitazionale attorno a cui ruotava ogni cosa.
Passavano molto tempo insieme, si confidavano, viaggiavano, condividevano tutto. Le loro foto mentre si stringono come una vecchia coppia sposata, erano appese in tutte le case di proprietà di Epstein. Ma la loro relazione sentimentale non venne mai ufficializzata e rimase sempre nel margine di una sfumatura.
La Maxwell riferì successivamente che Epstein soffriva di un problema cardiaco che gli impediva di avere rapporti sessuali completi spesso e che cercava altre forme di piacere. Ad ogni modo i rapporti intimi tra i due nel 1999 si interruppero. Eppure il legame di dipendenza affettiva tra loro non si sciolse, anzi, si saldò. Lei gli organizzava la vita e, secondo le indagini che la inchiodano come sodale e complice degli atti criminali, procurava le ragazze, anche minorenni, che varcavano la soglia delle proprietà del finanziere con l’inganno.
Le testimonianze delle ragazze abusate descrivono Ghislaine Maxwell come “quasi materna” nell’approccio, salvo poi diventare improvvisamente gelida quando qualcuna esitava nel togliersi i vestiti davanti a Epstein, disteso sul lettino dei massaggi.
Il suo ruolo, secondo le ricostruzioni processuali, era quello di intermediaria e facilitatrice. Per l’uomo che considerava mentore, protettore e punto di riferimento, avrebbe fatto qualsiasi cosa.
«Era simpatica, molto affabile… riusciva a persuaderti, a spingerti a fare quello che voleva. A volte, nella stanza dei massaggi, si spogliava anche lei per invogliarmi a fare altrettanto».
Ari Ben-Menashe, ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana, dichiarò pubblicamente che Jeffrey Epstein (insieme a Ghislaine Maxwell) era al soldo del Mossad con l’obiettivo di adescare e ricattare personaggi influenti che partecipavano alle feste speciali specie sulle isole di proprietà del miliardario.
Le prime crepe
«Quanti anni aveva Virginia nel 1998 quando afferma di aver iniziato a lavorare per te?»
Lo chiede preoccupata Ghislaine Maxwell in un’email a Epstein del 18 luglio 2009. Virginia è Virginia Giuffre, la più grande accusatrice di Epstein e Donald Trump, morta suicida. Il suo è un nome chiave nel secondo filone di inchiesta che travolgerà Epstein e porterà Maxwell in carcere. (Fine quarta parte. Nella quinta e ultima parte le due inchieste che hanno inchiodato Epstein. La morte misteriosa del miliardario in carcere e il filo rosso che lega il suo caso a Donald Trump)


















