La storia di un ex "figlio dei fiori" che ha scelto il silenzio e la fede come compagni di vita nell’ultimo documentario del regista calabrese Natalino Stasi. Il trasferimento in una zona più a valle a causa dell'età non ha spezzato il suo legame profondo con il divino e con il creato
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Esistono luoghi dell'anima in cui il tempo sembra fermarsi, dove la ricerca della verità spoglia l'uomo di ogni superflua certezza. È in uno di questi angoli nascosti che si spinge la macchina da presa del documentarista calabrese Natalino Stasi, un autore da sempre animato dal desiderio profondo di scovare storie di vita alternativa. Con la sua sensibilità, Stasi regala un'opera emotivamente travolgente, capace di interrogare sul senso profondo dell'esistenza e sui valori più autentici che troppo spesso si confondono nella frenesia quotidiana.
Il protagonista di questo racconto è Pietro, un uomo di 75 anni che ha vissuto per oltre tre decenni in totale solitudine tra le montagne, lontano da tutto e da tutti. Una scelta radicale, nata da una folgorante conversione spirituale arrivata all'età di trent'anni. Fino ad allora Pietro era stato un "figlio dei fiori" che rincorreva la libertà tra i canali di Amsterdam; poi, l'incontro con la fede lo ha trasformato in un "figlio di Dio", spingendolo a rifugiarsi in una vecchia casa diroccata, senza alcun comfort.
Oggi, a causa dei segni del tempo e di alcuni infortuni che ne hanno minato la stabilità fisica, Pietro ha dovuto fare una scelta dolorosa: dopo più di trent'anni passati lassù, si è trasferito un po' più a valle, in una piccola casa di pietra all'interno di un villaggio quasi disabitato. Ma il cambiamento è solo strutturale: Pietro è rimasto rigorosamente solo. La sua solitudine non è cambiata, così come non è mutata la sua sete di silenzio e preghiera.
Ciò che tocca profondamente il cuore dello spettatore è l'assoluto attaccamento di Pietro a Dio e la sua straordinaria percezione del mondo. La sua non è una fuga dalla realtà, ma l'abbraccio di un uomo che, nell'intimità più autentica, ha scoperto di non essere affatto solo, bensì parte di qualcosa di immensamente più grande. Si sente un frammento vivo dell'universo. Con una dolcezza disarmante, confessa: «In verità, solitudine proprio non è. Mi sentivo sempre, come a tutt'oggi, in comunione col mondo intero, col mio prossimo. Noi siamo tutti una grande famiglia. Ho dovuto anche farmi violenza per rimanere da solo, e poi mi sono accorto che in verità facevo parte del tutto».
Pietro rifiuta con fermezza l'idea che qualcuno possa vederlo come un uomo da commiserare, e ribalta con orgoglio le categorie di ricchezza del nostro tempo: «Chi dice che Pietro è un poveraccio... poveraccio sarai tu con quei quattro soldi che c'hai in banca, perché noi siamo coeredi di tutto l'universo».
Il documentario di Natalino Stasi si rivela così un'esperienza disarmante e necessaria. Lascia una lezione potente, racchiusa nelle parole stesse di Pietro, che ricorda come la battaglia più difficile e importante non si combatta contro gli altri, ma dentro lo specchio della propria anima: «La migliore guerra lo sa chi la vince? Chi vince se stesso».


