Partì per l’Eritrea nel 1938 come operaio edile, fu richiamato alle armi durante la Seconda guerra mondiale e trascorse cinque anni nei campi di prigionia britannici in India. Oggi, a oltre sessant’anni dalla morte, il suo sacrificio viene ricordato con due medaglie commemorative
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Ci sono storie che restano ai margini della grande memoria collettiva, consumate dal tempo e custodite soltanto nei racconti familiari, nelle fotografie ingiallite e nei documenti dimenticati nei cassetti. La storia di Giuseppe Cribaro appartiene a questa categoria di vite silenziose attraversate dalla guerra.
Nato il 4 luglio del 1900 a Spezzano della Sila e morto nel 1963 a Serra Pedace, Giuseppe Cribaro fu uno dei tanti calabresi che, negli anni dell’espansione coloniale italiana in Africa, lasciarono la propria terra in cerca di lavoro e di un futuro migliore.
Nel 1938 raggiunse Asmara, allora parte dell’Africa Orientale Italiana, per lavorare nel settore dell’edilizia. Erano gli anni in cui il regime fascista investiva massicciamente nelle colonie africane, trasformando città come Asmara in simboli dell’urbanistica italiana oltremare.
Ma la storia personale di Cribaro venne presto travolta dalla guerra.
Nel maggio del 1940, con l’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, fu richiamato alle armi e assegnato al reparto “Autogruppo” con il grado di soldato. Partecipò così alle operazioni militari contro gli inglesi in Eritrea, in uno dei fronti meno raccontati della guerra ma strategicamente decisivi per il controllo britannico del Corno d’Africa.
Nell’aprile del 1941, dopo la conquista britannica di Asmara, Giuseppe Cribaro venne fatto prigioniero.
Da quel momento iniziò per lui un lungo viaggio lontano da casa. Trasportato via nave dall’Eritrea fino a Bombay, venne poi trasferito in treno nei campi di prigionia di Bairagarh, nel centro dell’India. Le condizioni di vita nei campi britannici erano estremamente dure. Alle temperature torride si alternavano le piogge monsoniche e condizioni igienico-sanitarie difficili. Proprio durante la prigionia Giuseppe Cribaro contrasse la malaria, malattia che colpì molti dei soldati detenuti nei campi asiatici.
Rimase prigioniero fino al giugno del 1946, oltre un anno dopo la fine della guerra in Europa. Solo allora poté essere rimpatriato in Italia, sbarcando a Napoli dopo sei lunghi anni trascorsi lontano dalla propria terra. Una vicenda personale che oggi torna alla luce attraverso un gesto simbolico ma profondamente carico di memoria.
Il 29 maggio 2026, presso il Comando Militare Esercito Calabria di Catanzaro, sono state infatti ritirate in sua memoria due medaglie commemorative dedicate alla partecipazione alla campagna di guerra e alla lunga prigionia vissuta durante il conflitto.
Un riconoscimento che restituisce dignità storica a una vicenda individuale capace di raccontare anche una pagina più ampia della storia italiana del Novecento: quella dei soldati catturati nei teatri coloniali africani e deportati nei campi di prigionia sparsi nei territori dell’Impero britannico.
La storia di Giuseppe Cribaro diventa così il frammento di una memoria collettiva spesso rimasta nell’ombra. Una memoria fatta di emigrazione, guerra, sofferenza e ritorni tardivi. Ma anche della capacità di sopravvivere e tornare a casa dopo aver attraversato uno dei periodi più drammatici della storia contemporanea.

