Sanremo è musica, certo. Ma è anche palcoscenico, vetrina, passerella e – volenti o nolenti – arena. E così, mentre sul palco si accordano strumenti e si provano le luci, fuori dall’Ariston la scena la rubano le parole. Roberto Vannacci è tornato anche quest’anno al Festival, accompagnato dalla moglie. «Una bella occasione», dice ai cronisti prima di varcare l’ingresso del teatro. A chi gli chiede chi lo abbia invitato risponde senza esitazioni: «Un amico, lo stesso che mi ha invitato l’anno scorso. Vengo da privato cittadino a godermi una serata di canzone italiana». Il generale, oggi europarlamentare grazie alla Lega e leader di Futuro Nazionale, prova a tenere il baricentro sulla leggerezza della serata. Ma Sanremo, si sa, è tutto tranne che neutro. E infatti la chiacchierata con i giornalisti prende subito una piega politica.

Prima, però, arriva l’interruzione inattesa. Denny Mendez, anche lei in coda per entrare in platea, si avvicina ai microfoni e al generale. Non alza la voce, non cerca lo scontro teatrale. Dice semplicemente: «Non sono molto d’accordo con lei Vannacci». Una frase secca, diretta. Lui la guarda, accenna un sorriso, non replica e torna a rivolgersi ai cronisti. Il siparietto dura pochi secondi, ma basta a trasformare l’ingresso in un piccolo caso. Perché il Festival vive di simboli e di immagini, e quella – l’ex Miss Italia che interrompe il generale diventato politico – è una fotografia perfetta delle tensioni che si muovono attorno alla kermesse. Quando gli viene chiesto delle polemiche politiche che hanno investito il Festival, Vannacci prova a spostare il piano del discorso. «Cosa ne penso delle polemiche politiche intorno al Festival? Sinceramente vorrei che la politica non entrasse in tutto ciò che è cultura e sport», risponde, spiegando che questi ambiti dovrebbero rimanere «depoliticizzati». Secondo lui «le strumentalizzazioni politiche dovrebbero essere abbandonate», sia da parte della politica, «che dovrebbe occuparsi d’altro», sia da parte «di certi artisti che prendono invece lo spunto per fare politica durante le loro dimostrazioni che non dovrebbero fare». Il riferimento corre inevitabilmente alla polemica tra Matteo Salvini ed Ermal Meta.

Quando gli chiedono se si riferisca alla canzone su Gaza, Vannacci taglia corto: «No, non conosco quella canzone, però tutto ciò che cerca di strumentalizzare il palco lo considero abbastanza becero». Una parola che pesa, soprattutto pronunciata davanti ai microfoni del Festival. E poi c’è il caso Pucci. «Pucci doveva essere sul palco? Probabilmente sì. Non conosco tutta la vicenda», ammette, aggiungendo però che una persona «che fa la sua attività di artista culturale dovrebbe accedere sicuramente a manifestazioni come questa». Un’apertura che stride con il richiamo alla neutralità, ma che conferma quanto il confine tra cultura e politica, a Sanremo, sia sempre più sottile. Nel frattempo, dentro il teatro si canta. Fuori, si discute. E tra un sorriso trattenuto e una frase che resta sospesa nell’aria, il Festival dimostra ancora una volta di essere molto più di una gara musicale. È uno specchio. E a volte riflette crepe che non si possono ignorare.