Annamaria Frustaci, magistrato in servizio alla Dda di Catanzaro ed esponente del comitato per il No, entra nel merito del referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere e costruisce una linea netta: «Voterò no» perché, a suo giudizio, la riforma «incide profondamente sul principio di uguaglianza dell’articolo 3» e rischia di aprire la strada a interferenze esterne nella giurisdizione. Ma l’intervista contiene anche un passaggio “di rottura” rispetto a molte narrazioni in campo: Frustaci propone di agire con legge ordinaria per correggere i nodi più discussi, soprattutto sulla selezione dei dirigenti degli uffici giudiziari, indicando strumenti concreti come anzianità di servizio e rotazione degli incarichi.

Annamaria Frustaci spiega perché voterà No alla riforma: «Rischio interferenze politiche». Passaggio chiave: criteri per dirigenti uffici giudiziari modificabili con legge ordinaria.

 

«Giustizia uguale per tutti»: perché Frustaci dice No

La pm della Dda spiega la scelta in termini costituzionali: «Penso che sia importante mantenere un assetto costituzionale che consenta ai cittadini di avere una giustizia uguale per tutti». Aggiunge che la riforma, modificando «7 disposizioni della carta costituzionale», finirebbe per «legittimare una serie di interferenze della politica nelle decisioni sgradite alla maggioranza politica di turno».

Il punto, nella sua lettura, non è astratto: queste «Ingerenze esterne» avrebbero effetti pratici su indagini e processi. «Avranno delle ripercussioni nel momento in cui si tratterà di prendere decisioni delicate guardando non più al peso delle persone coinvolte per quello che è la rilevanza nel fascicolo, ma guardando al proprio fascicolo personale e ai timori di procedimenti disciplinari che possano penalizzare i magistrati scomodi».

Separazione funzioni già esistente: «Se serve, la rendiamo ancora più definitiva»

Sul cuore del quesito – la separazione delle carriere – Frustaci ribalta l’impostazione dei promotori: «Noi abbiamo la separazione delle funzioni da vent’anni, dal 2006, c’è stata la legge Castelli e poi la riforma Cartabia». E arriva al primo snodo tecnico-politico: se davvero l’obiettivo fosse ridurre ulteriormente i passaggi tra requirente e giudicante, «avremmo la possibilità con legge ordinaria di rendere ancora più definitiva questa separazione ed eliminare anche quella percentuale già minima che effettua il passaggio di funzioni».

È un passaggio chiave perché sposta il terreno: non serve - sostiene - riscrivere la Costituzione per intervenire su un tema già regolabile a valle, con strumenti ordinari.

Il vero nodo: «Sdoppiamento del Csm» e Alta Corte

Per Frustaci, la posta reale sta altrove: «Il vero problema è lo sdoppiamento del consiglio superiore e la creazione dell’Alta Corte». Da qui, due conseguenze che giudica pericolose.

La prima riguarda il pubblico ministero: con due Csm separati «si isolerà il pubblico ministero dal giudice», spezzando «la cosiddetta cultura della giurisdizione, la cultura della prova». Secondo Frustaci, l’isolamento potrebbe produrre due sbocchi: «Il passaggio successivo è evidente che sarà o porre il pubblico ministero sotto l’esecutivo o quello di togliere al pubblico ministero il coordinamento delle indagini per affidarle direttamente all’amministrazione di provenienza della polizia giudiziaria». Qui l’elenco è preciso: «Guardia di Finanza sotto il Ministero delle Finanze, Polizia di Stato sotto il Ministero dell’Interno, Carabinieri sotto il Ministero della Difesa». Il rischio, conclude, è di avere indagini condizionate dalla «direzione gerarchica».

La seconda conseguenza riguarda l’assetto del governo autonomo: «La cosa più grave nell’indebolimento del consiglio superiore» è il meccanismo di designazione, soprattutto per la componente laica. Frustaci parla di «sorteggio pilotato» e insiste su un punto concreto: «Mancano i decreti attuativi, non sappiamo come sarà determinata questa lista, potrebbe essere una lista molto ristretta, io non affiderei un consenso così in bianco senza conoscere prima le regole del gioco».

«La tombola della giustizia» e il precedente costituzionale

Il giudizio sul sorteggio dei togati è ancora più tranchant: «Avremo invece la tombola della giustizia, una estrazione pura tra tutti i magistrati». E richiama un precedente: una «pronuncia bellissima della Corte Costituzionale che risale al 92», con riferimento ad Aldo Corasaniti, per ribadire che il Csm è «un organo di sicuro rilievo costituzionale» e che la sua autorevolezza è parte integrante dell’equilibrio dei poteri.

Da qui la domanda retorica: «Noi immaginiamo il Presidente della Repubblica che debba presiedere un organo non autorevole, composto da persone estratte a sorte…?». Per Frustaci, scrivere il sorteggio in Costituzione «pone un precedente veramente pesante per il principio democratico».

Mattarella e Pinelli: «un richiamo di altissimo spessore»

Sull’intervento del Capo dello Stato in plenum, Frustaci lo definisce «un richiamo di altissimo spessore istituzionale» e ne sottolinea la portata: «un segnale storico», perché – ricorda – Mattarella «ha detto lui stesso» di non aver presieduto il Csm «nell’arco di due mandati».

E collega il tema a un altro passaggio, questa volta interno al Consiglio: l’intervento del vicepresidente Pinelli, «in quota centrodestra», definito «molto istituzionale». Frustaci evidenzia soprattutto l’aspetto disciplinare: Pinelli «ha difeso la sezione disciplinare e ha portato all’attenzione dei cittadini i dati delle sentenze disciplinari messe al 31 dicembre del 2025», parlando di «grande lavoro» e «rigore». Per la pm, questo «smentisce la narrazione» dei promotori del Sì.

Il passaggio “di rottura”: nomine dei dirigenti, non sorteggio ma legge ordinaria

È qui che l’intervista cambia passo e diventa davvero “spiazzante” rispetto ad altre posizioni del No: Frustaci non si limita a criticare, ma indica una soluzione alternativa concreta, senza riforme costituzionali.

Risponde a chi sostiene: “se un magistrato decide sull’ergastolo può stare al Csm”. La sua replica parte dalle nomine: «Se il vero tema fosse quello di ridurre il peso delle correnti nelle nomine dei vertici degli uffici giudiziari perché si sposta il peso del Consiglio superiore nelle mani della componente politica? Mi inquieta».

Poi entra nel merito di cosa si può fare già oggi: «C’è stata un’importante svolta determinata dalla riforma Cartabia, sono stati posti dei criteri più stringenti nelle nomine, si sono dati dei criteri stringenti che sono anche confluiti nel testo unico della dirigenza».

E arriva il punto che rompe lo schema del dibattito: la via ordinaria. «La cosa che potrebbe essere ottenuta, è quello di intervenire sempre con la legge ordinaria e di individuare il principio dell’anzianità di servizio, che c’era prima, la rotazione degli incarichi». Per Frustaci questa è una regola «di buonsenso» che evita interferenze e non introduce il principio «uno vale uno», perché «non è così».

Il ragionamento è doppio: da un lato c’è chi «non ha interesse a occuparsi» di governo autonomo e vuole «portare avanti, indagini, processi»; dall’altro chi ha la «volontà» di candidarsi. La risposta, però, per lei deve rimanere «un principio democratico», non una sostituzione dell’elettività con la sorte.

La provocazione finale, che rende plastico il concetto, è la metafora sanitaria: «Se un ospedale non funziona, che facciamo, sorteggiamo i direttori sanitari, i primari?». E ribadisce: è «una rinuncia della politica ai molteplici strumenti che con la legge ordinaria avrebbe», citando ancora la Cartabia e i «parametri di merito più stringenti».

Articolo 111: «il giusto processo esiste già»

Sulla promessa del Sì (“con la riforma avremo il giusto processo”), Frustaci risponde secca: «Esiste una normativa sul giusto processo nell’articolo 111 della Costituzione, il giusto processo esiste e se si vuole attuare basta attuare l’articolo 111 modificando il codice di procedura penale non si riforma la Costituzione per attuare la Costituzione, la Costituzione si applica».

«Non è battaglia di casta»: due idee di Stato

Chiude su un passaggio politico-istituzionale: il confronto tra Sì e No, all’interno della magistratura, non sarebbe «una battaglia di casta». «Si stanno confrontando due idee sulla forma di Stato e sui rapporti tra i poteri dello Stato e sul sistema di tutela giudiziaria, dei diritti e delle libertà dei cittadini».