L’escalation delle tensioni internazionali e il rischio di un allargamento del conflitto in Medio Oriente stanno generando forti preoccupazioni anche sul piano economico. Le piccole e medie imprese italiane, che rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo nazionale, sono particolarmente esposte agli effetti dell’instabilità globale, dall’aumento dei costi energetici alle difficoltà nelle catene di approvvigionamento.

Di questi scenari e delle possibili ripercussioni sull’economia reale parliamo con Francesco Napoli, vicepresidente nazionale di Confapi, che analizza i rischi per le PMI, i settori più vulnerabili e le conseguenze del caro carburanti sull’intero sistema produttivo italiano.

Quali sono i rischi per le PMI dalla guerra in Iran e dall’attuale contesto internazionale instabile?
«In Italia i consumi delle famiglie rappresentano la componente principale del PIL. Circa il 60% della ricchezza prodotta nel Paese deriva infatti proprio dalla spesa delle famiglie, mentre la parte restante è composta da investimenti delle imprese, spesa pubblica ed esportazioni nette.
Per comprendere meglio l’impatto economico basta un dato: se il PIL italiano è di circa 2.000 miliardi di euro, significa che circa 1.200 miliardi derivano direttamente dai consumi delle famiglie. Questo significa che quando i consumi crescono aumenta anche l’economia; al contrario, quando rallentano, l’intero sistema economico ne risente.
Eventi come l’aumento dei carburanti, l’inflazione e l’instabilità internazionale incidono proprio su questo meccanismo. Le famiglie tendono a ridurre la spesa, frenano i consumi e questo inevitabilmente rallenta la crescita economica».

Le imprese rischiano molto, da tutti i punti di vista
«Per le imprese, e in particolare per le PMI, il problema principale non è solo la crisi in sé, ma soprattutto l’incertezza. L’imprevedibilità degli scenari internazionali rende difficile programmare investimenti, pianificare i costi e definire strategie industriali.

Quanto sta accadendo in Iran rappresenta oggi un esempio concreto di come le tensioni geopolitiche possano avere effetti immediati anche sull’economia reale».

Quali sono i principali settori più colpiti?
«Il caro carburanti ha un impatto diretto su tutta la filiera produttiva. L’aumento dei costi energetici e di trasporto si riflette immediatamente sui costi delle imprese e, di conseguenza, sui prezzi finali dei prodotti. Questo meccanismo incide anche sui consumi delle famiglie, che di fronte all’aumento dei prezzi tendono a ridurre la spesa, con effetti a catena sull’economia e sull’occupazione.
I settori più esposti sono sicuramente quelli dei trasporti e della logistica, ma anche la manifattura energivora e l’agroalimentare. Tutte le attività che dipendono in modo significativo dall’energia o dalla movimentazione delle merci sono infatti le prime a subire i contraccolpi delle tensioni internazionali.
Le criticità riguardano anche le rotte energetiche globali. Le tensioni nello Stretto di Hormuz, da cui transita una quota significativa del petrolio mondiale, stanno già generando pressioni sui prezzi dell’energia e sulle catene di approvvigionamento.
Per un sistema produttivo come quello italiano, basato su piccole e medie imprese e su filiere fortemente integrate, questo si traduce in maggiori costi di produzione e in un possibile indebolimento della competitività sui mercati».

Quali sono i rischi legati al caro carburanti?
«Il caro carburanti rappresenta un fattore critico perché colpisce l’intera catena economica. Quando il prezzo del petrolio aumenta, l’effetto si trasferisce rapidamente su benzina, diesel e trasporti, incidendo su tutta la filiera produttiva. Questo significa costi più elevati per le imprese e, inevitabilmente, prezzi finali più alti per i consumatori.
Negli ultimi giorni le tensioni internazionali hanno già spinto al rialzo le quotazioni del greggio e del gas, con conseguenze dirette sui costi energetici. Per le PMI questo scenario significa sostenere spese maggiori sia per la produzione sia per la logistica. In molti casi questi aumenti rischiano di riflettersi sui prezzi dei prodotti finali, con un ulteriore impatto sui consumi delle famiglie.
Si crea così un equilibrio economico molto delicato: aumentano i costi per le imprese, crescono i prezzi e si riduce la capacità di spesa dei consumatori. Un meccanismo che, se non gestito con attenzione, può rallentare significativamente la crescita economica».