Esiste un confine invisibile tra chi subisce la propria vita e chi sceglie di diventarne il protagonista. Gaetano, 36 anni, quel confine lo ha varcato dieci anni fa. La sua storia, catturata con sensibilità dall’obiettivo del documentarista calabrese Natalino Stasi, ci porta nel cuore di una scelta radicale: vivere in un vecchio rudere di 25 metri quadrati, sperduto nelle campagne pugliesi, lontano dal rumore del traffico e, soprattutto, dalle logiche del consumo moderno.

L’addio alla città e il richiamo della terra

Prima di questa "metamorfosi", Gaetano conduceva quella che molti definirebbero una vita normale. Per un decennio ha lavorato come cameriere, ma con il tempo ha iniziato a sentirsi uno "spettatore della propria esistenza". I primi segnali fisici, come la sciatica, sono stati il campanello d’allarme di un malessere più profondo: un sistema che sentiva malato e una routine che serviva solo a "racimolare due soldi". L'incontro decisivo è avvenuto durante un raduno Rainbow, dove il contatto primordiale con la natura gli ha rivelato una strada alternativa. Da lì, la decisione: investire i risparmi di anni di lavoro in un piccolo pezzo di terra e in quel rudere che oggi chiama "Multiverso".

Una vita senza bollette: l'essenziale è visibile agli occhi

Nel "Multiverso" di Gaetano non arrivano bollette. La corrente è garantita da pochi pannelli solari, sufficienti a ricaricare il telefono e il computer; l’acqua è quella piovana, raccolta in cisterne per lavarsi e cucinare, mentre per bere ci si affida a una fonte vicina. Non c'è riscaldamento centralizzato: una vecchia stufa economica a legna funge da cucina e da focolare. «Tutto quello che vedi in questa stanza è stato recuperato o regalato», spiega Gaetano a Natalino Stasi durante il video. Dalle dispense piene di olio e conserve fatte in casa ai saponi naturali, ogni oggetto racconta una storia di riuso e di lotta allo spreco. Una scelta che gli permette di vivere con pochi soldi a settimana, svincolandosi dalla dipendenza economica che incatena la maggior parte delle persone.

L’arte come unico lavoro "vero"

Oggi Gaetano è un artista di strada. Suona la chitarra, la fisarmonica e costruisce i propri strumenti, come hula-hoop richiudibili creati da tubi di recupero. Quando gli chiedono quale sia il suo "lavoro vero", lui sorride e risponde con la sua musica. Viaggia in camper per mantenere viva la socialità, ma torna sempre al suo rifugio per ritrovare l’equilibrio. Il documentario di Stasi non si limita a mostrare una scelta abitativa, ma esplora una filosofia di vita. Gaetano racconta di aver vissuto un anno e mezzo a piedi nudi per riconnettersi alla terra, un gesto che per molti è follia ma che per lui è stato terapeutico.

Un sogno chiamato "Palestra Naturale"

Il sogno di Gaetano per il futuro è trasformare il suo terreno in una "palestra emozionale e naturale". Un luogo dove le persone possano imparare a riconoscere le erbe spontanee — come il grespino o le cicorie selvatiche di cui si nutre — ma anche un luogo dove l'errore non sia giudicato e dove si possa imparare a gestire le proprie emozioni fuori dalla "catena di montaggio" sociale. Quella di Gaetano non è una fuga, ma una ricerca di armonia. In un mondo che corre sempre più veloce, la sua storia ci pone una domanda inevitabile: di quante cose abbiamo davvero bisogno per essere felici? La risposta, tra gli ulivi del "Multiverso", sembra essere molto più semplice di quanto immaginiamo.