Nelle comunità arbëreshë, la Pasqua segue il rito greco-bizantino e conserva una continuità rara. La liturgia non è solo preghiera, ma gesto, memoria, racconto condiviso
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C’è un momento, nei paesi arbëreshë dell’Italia meridionale, in cui la Pasqua non è ancora iniziata, ma tutto sembra pronto ad accoglierla. È notte, le luci sono basse, le campane tacciono, la chiesa è chiusa e davanti alla porta la comunità aspetta. Fuori, accanto al sacerdote (il papàs), ci sono tutti i fedeli, con le candele accese tra le mani. Le fiamme tremano appena e illuminano i volti. Non sono spettatori, ma parte di ciò che sta per accadere, coinvolti fin dall’inizio in quel passaggio delicato tra buio e luce. Per chi arriva da fuori, tutto appare difficile da decifrare. Il silenzio si rompe e il sacerdote si avvicina alla porta chiusa, poi si ferma lì, come davanti a un confine. Dall’interno non arriva solo una voce che domanda «Chi è?», ma anche un’agitazione improvvisa: urla, rumori, grida scomposte.
Sono i “diavoli”, interpretati da ragazzi del paese, che danno corpo a ciò che la liturgia racconta - il caos degli inferi, la resistenza della morte. Il sacerdote risponde proclamando la vittoria di Cristo, per tre volte, poi bussa e spesso colpisce la porta con decisione. È uno scontro simbolico, ma sorprendentemente concreto. Quando la porta si apre, tutto cambia. Le urla cessano, i “diavoli” scompaiono, le campane esplodono e la chiesa si illumina. I fedeli entrano portando con sé quella stessa luce che avevano fuori, come se il passaggio non interrompesse nulla ma trasformasse tutto. In pochi istanti il buio lascia spazio alla luce, e la Resurrezione smette di essere solo un racconto per diventare qualcosa che accade davanti agli occhi.
Nelle comunità arbëreshë, la Pasqua segue il rito greco-bizantino e conserva una continuità rara. Qui la liturgia non è solo preghiera, ma gesto, memoria, racconto condiviso. La Settimana Santa comincia molto prima. Nelle case si fa germogliare il grano al buio, e quando viene portato in chiesa, verde e fragile, racconta senza parole la stessa idea della Pasqua: la vita che ritorna. Il Giovedì Santo il parroco lava i piedi a dodici fanciulli del paese, scelti come gli apostoli. Non è una scena distante, ma qualcosa che coinvolge volti conosciuti, famiglie, legami. È così che la tradizione continua, senza bisogno di essere spiegata. Il Venerdì Santo il tempo rallenta. Le strade si riempiono di canti antichi, le kalimere della Passione di Cristo, eseguite in greco e in arbëresh. Non tutti ne comprendono le parole, ma tutti ne riconoscono il senso.
Poi arriva la Domenica e la solennità la festa si apre. Le famiglie si ritrovano, le tavole si riempiono, si condividono cibi che hanno attraversato i secoli. Le uova incastonate nel kulaç — pane tradizionale arbëresh, semplice e rustico, croccante fuori e morbido dentro — vengono rotte e distribuite, gesto concreto che parla di vita nuova. Non c’è una separazione netta tra sacro e quotidiano, perché tutto fa parte dello stesso racconto. In questi paesi la Pasqua non si osserva, si vive. Ogni gesto (la porta che si apre, le urla che si spengono, la luce che passa di mano, l’acqua sui piedi dei ragazzi, il grano che germoglia) costruisce qualcosa di condiviso. Quando le campane continuano a suonare nella notte, resta la sensazione che il tempo si sia fatto più ampio, come se passato e presente riuscissero a stare nello stesso spazio, almeno per un momento.

