Il 27 gennaio il ricordo dello sterminio nazista passa dal campo di Tarsia, dove gli internati cercarono di ricostruire una vita, e dalle storie di chi scelse di salvare gli ebrei come la reggina Bianca Ripepi Sotgiu, Giusta tra le Nazioni
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Storie di deportazione, resistenza e coraggio. E Ferramonti come fulcro di iniziative. Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, la ricorrenza internazionale dedicata alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto. In Italia, e in Calabria, questa data non è solo un ricordo del genocidio nazista: è un’occasione per riflettere sulle persecuzioni, le deportazioni, le storie delle vittime e di chi ha cercato di resistere, opporsi o aiutare nel mezzo dell’orrore.
Qui il ricordo si intreccia con luoghi e volti che ancora parlano. Tra questi, Ferramonti di Tarsia, un nome che in Calabria evoca un capitolo particolare della Shoah italiana: non solo un campo di internamento, ma un luogo in cui la comunità ebraica cercò di costruire una vita, pur nelle condizioni più umilianti e precarie.
Ferramonti: un campo e una comunità che resistette
Qualche anno fa, nel campo di internamento divenuto monumento alla memoria, Adriana Taubert partecipò alla celebrazione del Giorno della Memoria e portò con sé una storia di famiglia che attraversa l’Europa del Novecento. Il padre di Adriana, infatti, insegnò matematica e disegno ai bambini costretti a vivere nelle baracche vicino al fiume Crati. Una testimonianza che si lega ai numeri e ai segni di una vita che doveva continuare, nonostante tutto.
«La mia famiglia era originaria di Leopoli, oggi città dell'Ucraina, un tempo appartenente alla Polonia. Quando nacque mio padre, i miei nonni si trasferirono in Germania, a Francoforte sul Meno. Dopo il diploma, mio padre decise di proseguire gli studi in Italia e si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Brera. Dopo l'emanazione delle leggi razziali, cercò di recarsi in Francia dove, nel frattempo, i suoi genitori si erano trasferiti. La Gestapo, però, lo arrestò e lo rinchiuse nel carcere di San Vittore dove i prigionieri venivano smistati. Lui fu fortunato perché, anziché essere caricato su un treno diretto ai campi di concentramento, venne mandato a Ferramonti, e qui lavorò come insegnante. Di mio nonno, invece, partito su un carro bestiame diretto a Birkenau, non abbiamo più avuto alcuna notizia e non sappiamo neanche se sia arrivato vivo a destinazione».
La vicenda della famiglia di Adriana racconta la doppia faccia del destino: da una parte la salvezza e la possibilità di continuare a vivere, dall’altra l’assenza totale, la ferita indelebile di chi sparì nei campi senza lasciare traccia. È una storia che, nella sua semplicità, racconta l’orrore della deportazione e la fragilità delle possibilità di scamparla.
Resistenza silenziosa: l’unicità del campo di Ferramonti
Tuttavia, Ferramonti non fu solo un luogo di sofferenza. Per capire la sua specificità, bisogna leggere la trasformazione del campo nel tempo. Come spiegò Teresina Ciliberti, direttrice del Museo internazionale della Memoria: «Fino al 1943, Ferramonti è stato un campo fascista ma, dall'armistizio all'11 dicembre del 1945, quando ne è stata dichiarata la chiusura, si è trasformato in un campo destinato a rifugiati, gestito dagli anglo americani. La differenza non è da poco, visto che questi ultimi erano cittadini liberi, e non più prigionieri perseguitati».
Questa distinzione è fondamentale. Il campo, in quel periodo, assunse caratteristiche che lo resero unico nel panorama italiano: un luogo dove gli internati, pur nella privazione, poterono costruire una vita comunitaria. Uno storico lo definì «il più grande Kibbutz d'Europa», un’immagine che restituisce la forza della solidarietà e dell’organizzazione interna.
«Sia pur nel vilipendio dei diritti umani e della libertà, queste persone si autodisciplinarono – parla sempre Ciliberti –. Gli internati di Ferramonti erano nella maggior parte dei casi professionisti, tra cui molti avvocati. Da qui, passarono un centinaio di medici che, oltre a curare le famiglie che vivevano all'interno del campo, prestarono assistenza sanitaria anche agli abitanti di Tarsia e degli altri paesi del circondario».
Questa capacità di ricostruzione, di autodeterminazione, rappresenta una forma di resistenza silenziosa: non l’eroismo spettacolare delle battaglie, ma la forza quotidiana di chi tenta di restare umano. E proprio questa dimensione rende Ferramonti un luogo di memoria diverso, in cui la tragedia e la speranza si mescolano.
La Calabria che salva: Bianca Ripepi Sotgiu e la scelta del coraggio
Parlando della Calabria nel contesto della Shoah non si può fare a meno di citare figure come Bianca Ripepi Sotgiu, reggina di origine e sarda di adozione, riconosciuta tra le Giuste tra le Nazioni dallo Yad Vashem. Tra le 766 persone italiane insignite di questo titolo, la sua storia emerge per il coraggio con cui aiutò gli ebrei perseguitati, mettendo a rischio la propria vita e quella della famiglia.
Nata a Reggio Calabria nel 1922, Bianca fu maestra, scrittrice, insegnante e fondatrice dell’Unione Donne Italiane. In un periodo in cui la persecuzione era un sistema diffuso e letale, lei e suo marito Girolamo decisero di opporsi alla logica del terrore.
«In quel periodo, ebbero in affiliazione una bambina ebrea, Lina Amato (figlia di Alberto Amato e Renata Cori), salvandola così dai nazifascisti. Nell’agosto 1943 Girolamo fu prelevato dalla Gestapo ma fu in ottobre rilasciato grazie anche al coraggio di Bianca. Dopo l’8 settembre: i nazisti occuparono l’isola. Bianca mandò avanti la famiglia fra mille difficoltà senza mai perdersi d’animo. Nel luglio del 1944 i nazisti radunarono gli ebrei nell’ex caserma dell’aeronautica italiana, e lei, con una figlia piccola e incinta della seconda, pedalò 10 chilometri per avvertire il console turco Selahattin Ulkumen dell’imminente deportazione degli ebrei di Rodi e il console si attivò salvando 42 ebrei con cittadinanza turca. Anche se sorvegliati, Bianca e il marito continuarono ad aiutare gli ebrei. Entrarono, con uno stratagemma, nella caserma dove erano prigionieri gli ebrei, portando loro cibo e conforto. Bianca rischiò di restare prigioniera».
La sua storia non è solo una pagina di eroismo, ma anche una testimonianza di cosa significhi essere umani in un tempo in cui l’umanità era negata. La sua scelta, la sua determinazione, mostrano che anche nei contesti più oscuri la coscienza può diventare una guida.
La memoria calabrese: un ponte tra passato e futuro
Queste storie, diverse tra loro, hanno un filo comune: la Calabria come luogo di passaggio, di incontro, di salvezza e anche di dolore. Da Ferramonti, dove gli internati cercarono di ricostruire una vita, a Bianca Ripepi Sotgiu, che con coraggio scelse di rischiare tutto per salvare gli altri, il territorio calabrese è attraversato da memorie che richiedono attenzione e cura.
Il Giorno della Memoria è un invito a guardare oltre i numeri, a ricordare i volti, a riconoscere che la Shoah non è una storia lontana. La memoria diventa così un atto di responsabilità: non per restare intrappolati nel passato, ma per comprendere il presente e costruire un futuro in cui l’odio non abbia più spazio.

