La notizia è arrivata come un colpo sordo. Non con lo strappo di una carta strappata in diretta, ma con il tono piatto di un comunicato aziendale. A partire dalla prossima stagione Sigfrido Ranucci non condurrà più Report. Al suo posto due volti della redazione. A lui tre alternative interne. Fine della storia? No. Inizio di un’altra. La scena si è consumata mentre gli italiani erano ancora in ferie, con la testa altrove. Eppure il peso resta. Non perché un conduttore cambi - perché succede - ma perché intorno a quel cambio si è chiuso un cerchio di accuse, sospetti e tifoserie che da mesi avvelena il terreno.

L’attentato sotto casa di Ranucci, l’amico Valter Lavitola finito nel ruolo di presunto mandante, le indagini, il comitato etico interno alla Rai, le migliaia di articoli di un lato e le grida di censura dell’altro. Tutto si è accumulato fino a questo punto. La verità nuda è che il legame personale e le modalità di gestione delle fonti hanno creato un problema di credibilità concreto. Non un’invenzione. E nello stesso tempo la Rai pubblica, da sempre terreno di influenza politica, ha scelto di chiudere la partita in un momento politicamente caldo. Le due cose convivono. Negare l’una o l’altra è fare propaganda, non giornalismo. Qui entra l’opinione pubblica. Storicamente la libertà di stampa non si difende soltanto nei tribunali o nelle aule parlamentari. Si difende quando i cittadini smettono di trattare l’informazione come una maglia di squadra. Quando smettono di applaudire l’inchiesta che colpisce l’avversario e di tacciare di tradimento quella che indaga i propri.

L’indipendenza dell’informazione vive della capacità della società civile di pretendere trasparenza e di considerare il giornalismo d’inchiesta un bene comune, non una trincea ideologica. Senza questa pretesa collettiva, ogni cambio di conduzione diventa automaticamente “epurazione” o “giustizia”, a seconda del colore di chi parla. Guardiamo indietro senza romanticismi. Le grandi battaglie per la libertà di stampa in Italia e fuori non sono state vinte solo da sentenze o da leggi scritte bene. Sono state tenute in piedi da lettori, da comitati, da manifestazioni, da boicottaggi intelligenti, da lettere ai giornali, da conversazioni pubbliche che rifiutavano di ridurre tutto a “noi contro loro”. Quando la società civile si distrae o si polarizza, lo spazio si restringe. Le pressioni politiche trovano meno resistenza. Le debolezze professionali dei giornalisti stessi (le amicizie opache, le fonti non gestite, i due pesi e due misure) diventano più facili da sfruttare da chi vuole mettere le mani sul microfono. Oggi il rischio è doppio. Da un lato un governo che, come tutti quelli che l’hanno preceduto, non ama le voci scomode e dispone di leve sulla Rai. Dall’altro una parte dell’opinione pubblica pronta a trasformare ogni criticità di un giornalista “di parte” in prova di complotto totale, e ogni decisione aziendale in atto di censura pura. In mezzo sta il pezzo che manca, cioè i cittadini disposti a chiedere conto sia ai politici sia ai giornalisti.

A pretendere che un programma di inchiesta resti tale anche quando il suo volto finisce sotto indagine per legami personali. A non accettare che la difesa della libertà di stampa si riduca a slogan da stadio. La mobilitazione consapevole non è un corteo automatico. È la capacità di distinguere. Di dire che sì, la politica ha sempre cercato di influenzare il servizio pubblico, e che no, un attentato orchestrato da un amico non è un dettaglio irrilevante. È la disponibilità a sostenere il giornalismo d’inchiesta quando fa male a tutti, non solo quando fa male “a loro”. Senza questa lucidità, la società civile smette di essere il terreno su cui l’indipendenza cresce e diventa solo un altro campo di battaglia. Ranucci ha annunciato battaglia. Parte della redazione ha protestato. I nuovi conduttori dovranno dimostrare sul campo se Report resta quello che è stato o diventa altro. Ma il vero giudizio non arriverà dalle dichiarazioni. Arriverà da quanti cittadini continueranno a guardare, a criticare, a pretendere fatti e non tifoserie. Da quanti si ricorderanno che la libertà di stampa non è un diritto che si eredita. Si esercita. Ogni giorno. Anche quando la notizia arriva in agosto e sembra già digerita.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​