La Calabria archivia diciassette anni di gestione straordinaria, ma i malati restano prigionieri della stessa sanità con Lea non garantiti, emergenza-urgenza in affanno, liste d’attesa fuori controllo, mobilità passiva record, conti ancora in rosso. E la governance, in sostanza, cambia pochissimo. La politica canta vittoria. I cittadini, invece, continuano ad aspettare un’ambulanza, una visita, un posto letto, una risposta.

La revoca del commissariamento della sanità calabrese è un fatto politico importante, ma non è la fine della crisi. È, semmai, la fine di una cornice burocratica dentro cui la crisi ha continuato a prosperare. Il Consiglio dei ministri ha chiuso una stagione lunga diciassette anni, ma appena un mese prima lo stesso Governo aveva prorogato di dodici mesi lo stato di emergenza per il sistema ospedaliero calabrese, riconoscendo che la situazione di criticità è ancora in atto. Basta questo a smontare la propaganda, se, infatti, l’emergenza è ancora aperta, cantare vittoria e inneggiare a un (presunto) trionfo è fuori luogo. Il punto, poi, è che non cambia quasi nulla neppure nella catena di comando.

Roberto Occhiuto era già commissario ad acta oltre che presidente della Regione; ora, usciti formalmente dal commissariamento, ha annunciato che terrà lui stesso l’interim della sanità “per qualche tempo”. Ecco allora il cortocircuito perfetto con il governatore che era commissario celebra la fine del commissariamento e torna a essere il governatore che governa la sanità. Giano bifronte, ma con la stessa faccia del potere.

La narrazione parla di svolta, ma la realtà racconta continuità. E infatti per i malati da domani non cambia nulla, dato che i Lea continuano a non essere pienamente garantiti. I dati 2023 elaborati da GIMBE assegnano alla Calabria appena 177 punti su 300: 68 nell’area prevenzione, 40 nell’assistenza distrettuale, 69 nell’ospedaliera. Non è una insufficienza marginale, è la certificazione di una sanità che continua a non assicurare in modo adeguato i livelli essenziali di assistenza. E il punto più grave è proprio il territorio, cioè il luogo dove si decide se un cittadino viene preso in carico in tempo oppure finisce a intasare il pronto soccorso, a pagare di tasca propria o a rinunciare a curarsi.

La stessa fotografia impietosa arriva dall’emergenza-urgenza. I tempi di attesa delle ambulanze in Calabria restano tra i peggiori d’Italia: 35 minuti a Vibo Valentia, 31 a Cosenza, 30 a Catanzaro e Reggio Calabria, 28 a Crotone, a fronte di un target nazionale di 18 minuti. La rete è fragile e basta togliere un nodo perché una parte della Calabria scivoli ancora più lontano dalle cure tempo-dipendenti.

La ricerca dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria (Marino Domenico & Quattrone Giuseppe, 2025. "Modelling health mobility for equity distribution services in the emergency health sector," The Annals of Regional Science, vol. 74(2), pages 1-30, June.) va nella direzione opposta rispetto all’ottimismo di facciata. Lo studio mostra che, nella rete cardiologica d’urgenza, il tempo resta decisivo e che occorre rafforzare diagnosi precoce, connessioni tra Hub e Spoke e distribuzione dei presìdi.

Nelle simulazioni sulla provincia di Reggio Calabria, la chiusura di uno dei due servizi di emodinamica farebbe salire al 29,7% la quota di residenti over 65 oltre i 60 minuti dal servizio in uno scenario di trasporto autonomo; nello scenario con ambulanza quella quota arriverebbe al 38,5%. Non è un ritardo tecnico, ma è un ritardo che si scarica sul corpo delle persone, sul rischio clinico, sulle possibilità di salvarsi o di peggiorare. Una sanità che arriva tardi non è una sanità guarita solo perché cambia la formula con cui viene amministrata.

Poi ci sono le liste d’attesa, cioè il modo più ipocrita con cui si nega un diritto senza negarlo apertamente. In Calabria, tra gennaio e settembre 2025, solo il 39,9% delle prenotazioni è stato soddisfatto nei tempi massimi di legge. Per gli esami il dato è del 41,9%; per le visite precipita al 35,8%. Vuol dire che la maggioranza dei cittadini aspetta oltre i limiti fissati. Vuol dire che il sistema pubblico, troppo spesso, non cura nei tempi necessari. Vuol dire che chi ha soldi si arrangia, chi non li ha aspetta e chi non ce la fa rinuncia. Il commissariamento finisce, la selezione sociale delle cure no.

A questo si aggiunge la ferita più umiliante: la mobilità sanitaria. Nel 2023 la Calabria ha registrato il saldo passivo peggiore d’Italia, pari a 326,9 milioni di euro, con debiti superiori a 362 milioni e crediti per poco più di 35 milioni. Dietro questa cifra non ci sono solo bilanci: ci sono treni, auto, aerei, famiglie spezzate da viaggi continui, persone costrette a farsi curare altrove perché il proprio sistema sanitario non regge. La fuga dei pazienti è il referendum più sincero sulla qualità di una sanità. E in Calabria quel referendum continua a essere una bocciatura.

Nemmeno i conti autorizzano fanfare. La Corte dei conti ha rilevato per il 2024 un disavanzo sanitario di 118,465 milioni di euro e ha riportato che la verifica annuale del piano di rientro è stata giudicata “non positiva”. La Calabria esce dal commissariamento, ma non esce dai problemi che avevano reso necessario il controllo straordinario. Semplicemente, quei problemi vengono ricondotti pienamente dentro la responsabilità politica ordinaria. E questa, per chi governa, è una notizia meno comoda di quanto si voglia far apparire. E allora la verità è brutale, ma limpida. La fine del commissariamento non è la fine del fallimento sanitario calabrese. Non accorcia i tempi del 118. Non smaltisce le liste d’attesa. Non riporta a casa i malati costretti a curarsi fuori regione. Non rimette in ordine i Lea. Non azzera il disavanzo. Non restituisce, da sola, dignità a un sistema che per anni ha umiliato i cittadini più fragili.

Finisce una stagione amministrativa. Non finisce l’emergenza reale. E finché la politica continuerà a scambiare un atto formale per una guarigione, la Calabria resterà fuori dal commissariamento, ma dentro il disastro.

*Docente Università Mediterranea