Arrivo nel Ghetto ebraico di Roma alle 10:30 del mattino.

La città è già nel pieno caos, i rumori continui e frenetici. Prendo l’autobus da Termini e in poco più di venti minuti sono lì, nel Rione Sant’Angelo. Non è un ingresso qualunque: è un varco simbolico. Prima ancora dei monumenti, prima delle pietre antiche, sono i volti ad accogliermi.

Sulle pareti esterne della Fondazione Museo della Shoah campeggiano i murales di Liliana Segre, Sami Modiano ed Edith Bruck.

Opere dell’artista AleXsandro Palombo, vandalizzate in passato e oggi custodite qui, nel cuore del Ghetto, come un atto di resistenza civile.

I colori sono vivi, quasi spiazzanti. Non gridano, ma non permettono di distogliere lo sguardo. Ho avuto la sensazione netta che fossero stati collocati lì non per decorare, ma per accogliere e ammonire, come sentinelle della memoria. È impossibile passare oltre senza fermarsi.

Subito dietro quei volti, entro nella Fondazione. È domenica, c’è silenzio. Il percorso è scandito in fasi, come se la memoria avesse bisogno di ordine per essere attraversata. Documenti originali, mappe, numeri, nomi. Carte che raccontano come gli ebrei furono perseguitati, schedati, rastrellati, deportati. La Shoah qui non è un concetto astratto: è geografia, burocrazia, meccanismo.

Un avviso all’ingresso di una sala colpisce più di ogni parola: “Il contenuto del filmato può urtare la sensibilità”. Entro. Guardo. Sono immagini brevi, durissime. Mostrano la disumanizzazione sistematica, la deturpazione fisica e morale inflitta dai nazisti. Ne esco scosso, come gli altri presenti. Ma resto convinto che quel passaggio sia necessario. Non per indulgere nell’orrore, ma per comprendere fino in fondo cosa è stato possibile fare agli esseri umani quando l’odio è diventato legge.

Fuori, il Ghetto continua a vivere. Cammino lentamente. I sampietrini, i muri scrostati, le finestre strette raccontano una storia lunga e complessa. Una bandiera con la Stella di David pende da un edificio segnato dal tempo: non è una rivendicazione, è una presenza. Qui la memoria non è musealizzata, è incorporata nello spazio urbano.

Mi fermo davanti alle targhe che ricordano il 16 ottobre 1943.

Le parole sono incise nella pietra, ma sembrano vibrare ancora. Poco più sotto, una lapide ricorda i neonati sterminati nei lager: “E non cominciarono neppure a vivere”. È una frase che non lascia scampo, che obbliga al silenzio.

I turisti mangiano nei ristoranti, assaggiano piatti della tradizione ebraico-romanesca, fotografano le strade e visitano vecchie botteghe. Non c’è contraddizione in tutto questo. La vita che continua non cancella la memoria; semmai la rende più urgente. Perché questi vicoli, oggi così pieni di luce, sono stati luoghi di paura, di attesa, di rastrellamento. Camminarci sopra, sapendolo, cambia il passo. Cambia lo sguardo.

Passeggio a lungo, quasi in punta di piedi. Ogni muro mi sembra un testimone, ogni strada un archivio invisibile. Penso a quanto sarebbe importante portare qui i miei alunni, farli camminare, non solo studiare. Perché la storia, quando resta sui libri, rischia di diventare distante. Qui invece si tocca, si attraversa, si respira.

Il Ghetto ebraico di Roma non è solo uno dei luoghi simbolo della Shoah. È parte della nostra identità e della nostra resistenza collettiva. Ricorda ciò che è stato fatto e, soprattutto, ciò che non deve più accadere. La relazione tra passato e presente passa da qui: dalla consapevolezza che la memoria non è un esercizio commemorativo, ma una responsabilità quotidiana.

Quando me ne vado, non ho risposte definitive. Ma ho una certezza: visitare il Ghetto ebraico è un atto etico, morale. È un atto prima di ogni altra cosa necessario.

E camminare su queste pietre significa scegliere, ancora una volta, da che parte stare.