Il raschio della gola forse è lo stesso di sempre. Quello burbero, sbrigativo, da vecchia redazione intrisa di fumo e cinismo padano. Eppure, le parole tradiscono lo spartito consolidato. “U sacc’ parlà buon!”. C’è un cortocircuito quasi osceno nel sentire la cadenza molisana (?) affiorare tra i denti di Vittorio Feltri, l’uomo che ha eretto una fortuna editoriale sul disprezzo scientifico per tutto ciò che vegeta a sud del Po. La maschera scivola. Un attimo soltanto, nello spazio di una chiacchierata con Riccardo Montanaro durante un’intervista per LaCNews24, e il grande inquisitore dei meridionali “inferiori” si scopre improvvisamente nostalgico. Quasi tenero. Parla di cavalli, di paesaggi che al Nord si possono solo sognare, di una Napoli vissuta come il salotto di casa propria.

Non è schizofrenia. È, più banalmente, l’antropologia del palcoscenico italiano.

Per anni Feltri ha nutrito il risentimento della provincia laboriosa con titoli che frustavano la carne viva del Paese. Ha trasformato il divario economico in una tara genetica, urlando nei microfoni televisivi che il Meridione è una zavorra. Poi, spenti i riflessi urlanti dei talk show, eccolo accomodarsi nel ruolo opposto. Il fustigatore si fa esteta. La Calabria diventa una terra stupenda di mare e di montagna, un paradiso gastronomico mutilato solo da una cronica mancanza di organizzazione. Questo sdoppiamento non è un’eccezione; è la regola di un giornalismo che ha sostituito l’osservazione della realtà con la sua scomposizione commerciale.

Il Sud, nella narrazione feltriana, esiste solo come astrazione, come materiale plastico da modellare a seconda del target. È un bersaglio mobile quando bisogna eccitare la pancia di un elettorato rancoroso; diventa una cartolina struggente quando si tratta di concedersi il lusso della memoria privata, del ricordo d'infanzia con lo zio in Molise.

Guardiamola da vicino, questa girandola di specchi. C’è un elemento di profonda violenza intellettuale nel dichiarare che il Meridione, se ben sfruttato, sarebbe superiore a Milano. Significa applicare la logica rapace del colonialismo culturale: il Sud va bene finché è natura incontaminata, cibo prelibato, pascolo selvaggio. È l'eterno mito del buon selvaggio rivisto da un borghese bergamasco che apprezza l'agricoltura ma detesta la complessità dei corpi sociali che quella terra la abitano e la soffrono.

La carne della realtà è diversa. Il Sud non è un parco giochi paesaggistico per milanesi stanchi dell’asfalto. È un territorio ferito, che non sa che farsene dell’apprezzamento estetico di chi un attimo prima lo ha marchiato con lo stigma dell’arretratezza antropologica.

Il gioco si fa ancora più sottile quando Feltri evoca i suoi anni napoletani. Ricorda il processo Tortora, uno dei casi più avvincenti della sua vita. Lì, in quella Napoli ferita dal fango mediatico e giudiziario, lui si muoveva “come a Milano”. C’è una strana forma di rispetto in questa ammissione, il riconoscimento di una dignità urbana che collide frontalmente con le sue successive uscite sui parcheggiatori abusivi campani.

Ma il cinismo della penna non prevede coerenza. La Napoli reale, quella della cronaca vissuta sulla strada consumando le suole delle scarpe, viene sacrificata sull'altare della provocazione editoriale.

Il colpo di spugna definitivo arriva sulla politica. Di chi è la colpa del disastro? Dei governanti. Siano essi meridionali o sciacalli del Nord venuti a raccattare voti prima delle elezioni. Qui il provocatore indossa i panni del populista lucido.

Le sentenze dei tribunali, tuttavia, rimangono scritte sui fogli di carta bollata. Le sanzioni per linguaggio d'odio confermate dai magistrati sono lì a ricordare che le parole lasciano lividi profondi. Le pezze a colori sull’inferiorità solo “economica” somigliano a quei ritocchi maldestri che i falsari fanno sulle tele d'autore.

Alla fine, il sipario cala e le luci dell'intervista si smorzano. Rimane l’eco di quel dialetto abbozzato, di quel “mi piac’ assai” che suona vuoto come una moneta falsa. Il Sud reale resta dove è sempre stato, con le sue ferrovie a binario unico, la sua luce accecante e le sue ferite aperte.

Un Sud che non ha bisogno né delle frustate verbali del direttore, né delle sue carezze tardive fatte a beneficio di telecamera. Quell'espressione, “U sacc’ parlà buon”, si perde nel vento del Mediterraneo, lasciando intatto il sospetto che l'unica cosa che Feltri abbia mai veramente amato sia il suono della propria voce.

*Documentarista Unical