Dopo giorni di escalation e minacce estreme arriva una pausa fragile ma decisiva. Il cessate il fuoco evita una crisi globale, ma il rischio resta altissimo
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La tregua è arrivata all’improvviso, quando il conflitto sembrava ormai sul punto di precipitare in una catastrofe irreversibile. E tutto lo lasciava credere.
La tregua di due settimane dopo settimane di violenti bombardamenti, diventati intensissimi nelle ultime ore da parte di Stati Uniti e Israele. Duramente colpita le città dell’Iran. A lasciar presagire il peggio anche un’escalation segnata da minacce senza precedenti da parte del presidente americano che è parso fuori controllo. Così ad un passo dalla catastrofe è stato annunciato un cessate il fuoco di due settimane. Certo è una pausa fragile, ma decisiva, che allontana – almeno per ora – lo spettro di una guerra su larga scala in Medio Oriente. Una guerra che avrebbe portato ad una catastrofe economica il mondo intero.
Solo poche ore prima della tregua, il presidente americano aveva pronunciato parole durissime: «Cancellerò la civiltà iraniana», arrivando a evocare scenari estremi. Intanto erano iniziati violenti attacchi contro infrastrutture strategiche del Paese. Colpite strade, ponti, ferrovie, impianti produttivi e anche l’isola petrolifera di Kharg, snodo fondamentale per l’export energetico iraniano. In uno dei raid sarebbe stata colpita anche una sinagoga, ufficialmente «per errore».
Alla domanda di un reporter sul perché fossero stati presi di mira obiettivi civili – azioni che configurano potenziali crimini di guerra – la risposta di Trump ha ulteriormente alzato la tensione: «Perché sono bestie».
Nel frattempo, Teheran ha mostrato al mondo immagini di mobilitazione interna: civili schierati come scudi umani a difesa di infrastrutture sensibili, tra cui una centrale elettrica a Kazeroun e un ponte ad Ahvaz. Segnali evidenti di una fase pre-bellica ormai avanzata, con il rischio concreto di un allargamento del conflitto.
Poi, la svolta. A ridosso della scadenza dell’ultimatum americano – «un’intera civiltà morirà stanotte» – Washington ha accettato una mediazione internazionale guidata dal Pakistan con alle spalle la Cina. Una decisione inattesa, accolta con sorpresa anche da fonti israeliane di alto livello, che hanno parlato apertamente di un cambio di linea improvviso, pur dichiarando il rispetto del cessate il fuoco. Israele così ha dato il via libera alla tregua, nonostante nelle ore precedenti avesse spinto per proseguire l’offensiva fino a «finire il lavoro». Sulla stessa linea di alcuni paesi dell’area del Golfo.
Determinante, secondo diverse ricostruzioni diplomatiche, anche la pressione morale esercitata con forza dal papa americano Leone XIV che nel corso della settimana santa aveva condannato con parole durissime l’escalation e le minacce di distruzione da parte di Trump. Mai un papa è stato così duro e diretto contro un paese in guerra. Le parole del papa in mondovisione hanno fortemente impressionato gli americani, facendo diventare Trump del tutto isolato dal resto del mondo.
E veniamo alla tregua. L’intesa prevede l’apertura di negoziati formali a Islamabad, a partire da venerdì, per tentare un accordo più stabile e duraturo. Nel frattempo, l’Iran ha annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale.
I mercati hanno reagito immediatamente: il prezzo del petrolio è crollato nella notte del 18%, scendendo sotto i 100 dollari al barile, mentre le borse asiatiche hanno aperto in forte rialzo e i future di Wall Street sono schizzati verso l’alto.
Resta però la sensazione che il mondo sia arrivato a un passo dal punto di non ritorno. La tregua, per ora, è solo una pausa. Ma arriva dopo ore in cui la guerra aveva assunto i contorni di una possibile devastazione totale.
Le prime reazioni politiche nel mondo parlano di un regime legittimato dalla assurda gestione americana di una guerra insensata, con un presidente americano apparso confuso e spesso ai limiti del delirio. Il regime degli ayatollah, benché duramente colpito e decimato ai vertici, ha resistito ad una potenza di fuoco impressionante. Trump, per ora, ha perso la sua guerra contro l’Iran, voluta soprattutto dal governo israeliano contro il nemico di sempre.

