Manca il pericolo di fuga ma restano «plurimi elementi» a carico del 24enne: disposti gli arresti domiciliari con l’applicazione del braccialetto elettronico e rientro a Modugno, in Puglia
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La sede del tribunale di Cosenza
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Cosenza, Letizia Benigno, non ha convalidato il fermo eseguito dai carabinieri nei confronti di Josef Nicoletto, 24 anni, indagato per concorso nel furto pluriaggravato ai danni dell’ATM della Banca Centro Calabria a Santo Stefano di Rogliano, ma ha comunque applicato una misura cautelare personale: arresti domiciliari a Modugno, provincia di Bari, con braccialetto elettronico e divieto di ricevere persone diverse dai conviventi o da chi lo assiste.
La decisione arriva dopo l’udienza di convalida: l’indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere e la difesa, con l’avvocato Pasquale Marzocchi, ha contestato sia i presupposti del fermo sia la gravità indiziaria, chiedendo una misura “meno afflittiva”. Un’impostazione che, nei fatti, ottiene un risultato concreto sul piano dell’afflittività: niente carcere e rientro in Puglia, seppur con controllo elettronico.
Perché il gip non convalida il fermo: «Motivazione non condivisibile»
Nel provvedimento, il gip mette a fuoco soprattutto un punto: il fermo, per reggere, deve poggiare su un reale e attuale pericolo di fuga. La Procura aveva motivato quel pericolo richiamando le dichiarazioni ritenute non veritiere rese dal giovane e la “precipitosa fuga” nelle campagne dopo il colpo.
Su questo passaggio, il gip Benigno è netta: «La motivazione offerta non è condivisibile». In particolare, spiega che non si può far discendere il pericolo di fuga «da dichiarazioni inveritiere riguardo alla propria identità personale», anche perché nel caso concreto l’identità era già stata «ben messa a fuoco» prima dell’emissione del fermo. E, quanto all’allontanamento dopo l’assalto all’ATM, osserva che la fuga è una «reazione ordinaria dopo un evento del genere» e non basta, da sola, a dimostrare la volontà di «far perdere le tracce» agli inquirenti.
Gli indizi richiamati dal gip: telecamere, versione «implausibile» e telefonate
Se il fermo non viene convalidato per carenza del presupposto del pericolo di fuga, il gip ritiene però che «a monte» esista un quadro indiziario significativo. Scrive infatti che «sussistono allo stato plurimi elementi che concorrono ad integrare a carico del Nicoletto la gravità indiziaria per il delitto di furto aggravato in concorso».
Il primo elemento è la sequenza delle immagini: pur con «scarsa nitidezza», il gip Benigno reputa «altamente verosimile» che la persona ripresa mentre si allontana a piedi dal luogo del furto e quella vista poco dopo comparire nei pressi della corsia di accelerazione dell’A2 del Mediterraneo, camminare sulla banchina, entrare nell’area di servizio e poi nel bar dell’autogrill, siano la stessa persona poi identificata dai carabinieri di Colosimi nel 24enne.
Secondo passaggio: il sospetto cresce, per il giudice, se quelle immagini vengono lette insieme alle dichiarazioni rese dal ragazzo, definite «implausibili» sulla sua presenza in zona e sulla dinamica di un presunto incidente. Versione che, sempre secondo il provvedimento, non trova riscontri: i controlli nei nosocomi di Cosenza e Lamezia non avrebbero evidenziato accessi riferibili al fantomatico “Giuseppe Buono” indicato dall’indagato.
Terzo punto: le telefonate. L’ordinanza ricorda che il giovane avrebbe effettuato chiamate dal cordless dell’autogrill su utenze intestate a terze persone ma «in uso alla di lui madre». E richiama anche l’escussione della madre, che riferisce di aver visto il figlio uscire di casa a Modugno la sera precedente, di aver ricevuto una telefonata alle 4.45 con la versione dell’incidente e la richiesta di bloccare il bancomat, oltre a un riferimento a precedenti «problemi con la giustizia per fatti di droga».
Da qui la conclusione indiziaria: le circostanze «inducono a ritenere» che Nicoletto sia «il quinto complice, rimasto a piedi» mentre gli altri quattro si sarebbero allontanati a bordo di un’Alfa Romeo Stelvio scura dopo l’esplosione e l’asportazione del denaro.
Il fatto: l’assalto all’ATM e l’ammanco di 86 mila euro
L’episodio contestato è il colpo messo a segno nella notte del 17 gennaio 2026 a Santo Stefano di Rogliano: secondo l’accusa, un ordigno artigianale sarebbe stato inserito nello sportello ATM della Banca Centro Calabria, provocando l’esplosione e consentendo di sottrarre il denaro contenuto, quantificato in circa 86 mila euro. L’azione viene inquadrata nell’alveo dei raid attribuiti alla cosiddetta “banda della marmotta”, già attenzionata per altri assalti con esplosivo tra le province di Cosenza e Catanzaro.
Perché i domiciliari: rischio inquinamento e reiterazione, ma misura “adeguata”
Pur escludendo il presupposto del fermo, il gip ravvisa esigenze cautelari e le collega a due profili: il pericolo di condizionamento e quello di reiterazione. Da un lato, segnala il rischio che l’indagato, se libero, possa incidere su persone coinvolte e soprattutto sui complici non identificati; dall’altro, ritiene «concreto ed attuale» il pericolo di commettere altri delitti della stessa specie, valorizzando modalità del fatto, contesto organizzato e condizioni personali (assenza di redditi elevati, disoccupazione e indennità).
Nella scelta della risposta cautelare, però, il gip Letizia Benigno ritiene «sufficiente» una misura meno gravosa del carcere: «Può tuttavia allo stato considerarsi adeguata quella degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico».




