Un traffico arrivato in Gran Bretagna, Germani, Francia e Serbia. Squadre di tombaroli e affari a sei zeri: l’indagine “Achei” della Procura di Crotone svela il saccheggio dei siti calabresi. C’è anche un frammento di valore inestimabile da un vaso del VI secolo avanti Cristo
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Quarantasei reperti archeologici, trafugati tra scavi clandestini e rotte illegali che attraversano mezza Europa, tornano finalmente allo Stato. La consegna è avvenuta stamane a Cosenza, nella Sala Leone di Palazzo Arnone, in una cerimonia che ha riunito il prefetto, i procuratori di Cosenza e Crotone, il comandante provinciale dei carabinieri e le principali autorità civili, militari e religiose del territorio.
A riportarli a casa sono stati i carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, al termine di una lunga e complessa indagine: si chiama “Achei” ed è un’inchiesta che ha scoperchiato un sistema ben organizzato di saccheggio e traffico illecito di beni archeologici.
I reperti – di origine etrusca, magnogreca e romana – erano finiti in un circuito clandestino che non si fermava ai confini italiani. Le indagini, condotte tra il 2017 e il 2018 e coordinate dalla Procura della Repubblica di Crotone, hanno infatti documentato un traffico su scala nazionale e internazionale, con ramificazioni in Gran Bretagna, Francia, Germania e Serbia.
Il punto di partenza? Gli scavi illegali nei siti archeologici calabresi. «Siamo partiti dagli scavi clandestini operati in diversi siti archeologici calabresi – ha spiegato il capitano Giacomo Geloso, comandante del Nucleo Tpc di Cosenza – disarticolando una squadra di tombaroli che faceva parte di un’articolata rete di ricettatori». Una rete capace di alimentare in modo continuo il mercato nero dei reperti, un sistema che muove affari milionari.
Dietro il traffico, un’organizzazione strutturata nei minimi dettagli: squadre di tombaroli con compiti precisi, canali di ricettazione rodati e una filiera capace di portare i reperti all’estero, pronti per essere immessi sul mercato antiquario illegale.
L’operazione si è conclusa con un colpo pesante: 23 persone raggiunte da misure cautelari su disposizione del Gip del Tribunale di Crotone, su richiesta della Procura che ha coordinato le indagini. Le accuse, a vario titolo, sono pesanti: associazione per delinquere finalizzata al danneggiamento del patrimonio archeologico dello Stato, impossessamento illecito di beni culturali, ricettazione ed esportazione illegale. A questo si aggiungono 80 decreti di perquisizione nei confronti di altrettanti indagati in stato di libertà.
Tra i reperti restituiti figurano anche quelli sequestrati in Francia e rimpatriati lo scorso 16 ottobre, su disposizione dell’autorità giudiziaria francese. Un passaggio che conferma la dimensione internazionale dell’inchiesta e la complessità delle operazioni necessarie per recuperare i beni trafugati.
Ma è proprio tra questi oggetti che emerge un dettaglio sorprendente. «Sono reperti molto belli, molto importanti, di varia provenienza – ha spiegato il direttore dei Parchi archeologici di Crotone e Sibari, Filippo Demma – ma tutti quanti ascrivibili all’ambito magnogreco». E il pezzo più significativo? Paradossalmente, il più piccolo: un frammento che, da una prima analisi, potrebbe appartenere a un vaso attribuibile a uno dei pionieri dei pittori ceramografi attici attivi ad Atene alla fine del VI secolo a.C., forse lo stesso Euphronios. «Sono vasi molto rari, molto importanti», ha sottolineato Demma.
La restituzione di questi beni non è solo un atto simbolico. È il risultato di un lavoro lungo e complesso, portato avanti in stretta collaborazione con gli organi del Ministero della Cultura e grazie all’impegno di personale specializzato, militare e civile.
E soprattutto è il recupero di pezzi di storia sottratti alla collettività. Frammenti che raccontano l’evoluzione di una civiltà e che, per anni, hanno rischiato di restare nascosti nelle pieghe del mercato nero internazionale.
Ora tornano visibili. E, almeno per questa volta, al loro posto.

