Il maxiprocesso

Il maggiore Manzone a Rinascita Scott: «Così il cemento della mafia coprì le vestigia romane»

L’ufficiale, già in servizio al Ros di Catanzaro, continua il suo esame al maxiprocesso. La costruzione di Giovanni Giamborino, i soldi dei Mancuso e le presunte compiacenze al Comune di Vibo: «Il sindaco D’Agostino disse “Presto, prima che trasferisca la dottoressa Teti”». Nuova grana sui periti trascrittori delle intercettazioni

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di Pietro Comito
30 novembre 2021
13:06

Fu tra gli ufficiali del Ros ad investigare su Giovanni Giamborinouna delle figure chiave della colossale indagine Rinascita Scott ovveroilpresunto faccendiere del superboss Luigi Mancuso. Ed è attraverso le sue captazioni – telefoniche, telematiche e ambientali – che agli 007 dell’Arma si aprì un mondo. Torna nell’aula bunker di Lamezia Terme, per la prosecuzione del suo esame testimoniale, il maggiore Francesco Manzone, che con i colleghi, attorno a Giovanni Giamborino come per tutti gli altri uomini di fiducia del Supremo (così chiamato Luigi Mancuso), allestì un vero e proprio “Grande fratello”. L’ufficiale risponde al pm della Dda di Catanzaro Anna Maria Frustaci.

Il factotum loquace

Giovanni Giamborino – nato a Vibo Valentia, originario della frazione Piscopio e ufficialmente residente a Roma dal 1991 – il Ros di Catanzaro, spiega l’ufficiale, arriva innanzitutto grazie alle dichiarazioni di Andrea Mantella, l’ex padrino emergente di Vibo Valentia divenuto collaboratore di giustizia, e a quelle dell’ex killer dei Piscopisani Raffaele Moscato. Nel corso delle investigazioni sarebbe quindi emersa in maniera cristallina (secondo l’accusa) la sua appartenenza alla ‘ndrangheta, da “battezzato” ma anche da attore protagonista di condotte illecite, «sin dagli anni ’80 del secolo scorso».


Le sue intercettazioni divengono sin da subito – sintetizza il maggiore Manzone – cruciali anche perché su tutta una serie di fatti reato «egli offre la stessa versione ad una vasta pluralità di soggetti». Insomma, un indagato che, per la sua loquacità, avrebbe gettato un fascio di luce su molti segreti, datati ma soprattutto recenti, relativi affari e alle strategie di Luigi Mancuso.

La storia personale

Figlio di Salvatore “Fiore” Giamborino e primo cugino dell’ex consigliere regionale Pietro Giamborino – prosegue il teste dell’accusa – Giovanni Giamborino è stato controllato in numerose circostanze con diversi imputati di Rinascita Scott. «Il primo controllo risale addirittura al 1992, quando si trovava in compagnia di Luigi Mancuso», rammenta l’ufficiale, che appunta anche come i controlli con pregiudicati si siano protratti fino agli anni più recenti. Sul suo ruolino penale – riferisce il teste – ha una vecchia condanna per ricettazione. Fu poi «arrestato nel 1997 per estorsione e assolto, quindi è stato coinvolto anche nell’operazione Rima contro il clan Fiaré, ma anche in questo caso assolto».

La “Storia” cancellata

La figura di Giovanni Giamborino, in Rinascita Scott, emerge soprattutto in relazione ad un immobile su Vibo Valentia accanto al Cin Cin Bar, sul quale «erano concentrati plurimi interessi mafiosi, iniziando da quelli dei fratelli Antonio, Pantaleone, detto Vetrinetta, e Luigi Mancuso». L’immobile già in costruzione (un piano interrato, un piano terra e due piani rialzati) per un totale di «otto subalterni», insiste su un’unica particella equamente suddivisa per i tre figli dello stesso Giamborino, che in realtà «era di Giovanni Giamborino, grazie ai fondi messi a sua disposizione sin dal 1987 dei tre fratelli Mancuso».

La particella sarebbe nata, proprio nel 1987, dalla fusione di quattro particelle insistenti su un terreno sottoposto a vincolo dalla Soprintendenza per i beni archeologici, che – precisa il maggiore Manzone – vietava ogni costruzione perché «su di essa passava una strada romana ed insisteva una villa romana». A quel tempo, il Comune di Vibo Valentia, ricevuta l’ordinanza del Ministero che poneva il vincolo archeologico, apportò una variante al Piano regolatore generale.

«Il più veloce possibile»

«Che vi fossero resti romani, di valenza storica e archeologica, in particolare degli archi, poi demoliti – spiega l’ufficiale -, oltre che dai documenti e dai controlli amministrativi, lo apprendiamo anche dalla viva voce dell’odierno imputato, quando riferisce della gettata di cemento che egli chiamava impropriamente “patio”, attraverso cui fu coperto tutto. Grazie alle indagini abbiamo scoperto come durante l’amministrazione del sindaco D’Agostino – la dirigente preposta era la dottoressa Teti che in seguito fu sostituita dal comandante Nesci – fu concessa la variante al progetto che Giamborino chiedeva per poter costruire.

L’allora sindaco D’Agostino – continua il maggiore Manzone – avrebbe peraltro suggerito a Giamborino di fare più veloce possibile, perché, dovendo trasferire la dottoressa Teti ad altro ufficio, solo con lei assicurava il raggiungimento di determinati scopi». Secondo le risultanze investigative, siamo a fine dicembre 2014 e il sindaco era Nicola D’Agostino.

Il ritardo dei periti

E i soldi dei Mancuso? «Sono proprio le conversazioni intercettate di Giovanni Giamborino a chiarire come dietro quell’immobile vi fossero interessi del clan di Limbadi che affondavano le loro radici sin dalla fine del secolo scorso», continua il militare. Qui, però, l’esame registra un intoppo. Il maggiore Manzone cita infatti il progressivo dell’intercettazione tra lo stesso indagato e Pasquale Gallone, ovvero il presunto braccio destro di Luigi Mancuso, ma il collegio peritale, però, non ha ancora depositato la relativa perizia trascrittiva.

Una circostanza che provoca la reazione del pm Frustaci: «Segnalo – spiega il magistrato – che esiste un elenco di priorità delle trascrizioni che l’ufficio di Procura ha depositato a febbraio. Siamo a dicembre e ciò vuol dire che esiste un problema. Chiedo che vengano convocati i periti affinché diano chiarimenti». La presidente del Collegio giudicante, Brigida Cavasino, replica annunciando la richiesta di una relazione «urgente» al coordinatore del collegio di periti trascrittori incaricati dal Tribunale. Il mancato deposito delle trascrizioni dei periti si aggiunge alle «discrasie» tra alcune trascrizioni operate dal Ros di Catanzaro e ed alcune trascrizioni degli stessi consulenti del Tribunale, laddove la polizia giudiziaria distingue chiaramente voci e parole pronunciate, mentre i periti annotano quegli stessi passaggi come tratti «incomprensibili».

Giornalista
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