Nelle carte di Res Tauro ci sono due poteri globali che si sfiorano nel retroporto di Gioia Tauro: da una parte Bezos e i suoi algoritmi, dall’altra Piromalli appena uscito dal «collegio». Un confronto virtuale che si conclude con fuga dalla Calabria del colosso Usa
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Cinquanta furgoncini bianchi. Cento autisti con il contratto a termine in tasca e la testa bassa. È tutto qui il miraggio dello sviluppo nella Piana di Gioia Tauro, racchiuso dentro una manciata di scatoloni di cartone con il sorriso stampato sopra. Da una parte Jeff Bezos e i suoi algoritmi capaci di calcolare il millisecondo; dall’altra Pino Piromalli, detto “Facciazza”, appena uscito da quello che lui chiama, con un filo di ironia carceraria, «il collegio». Due giganti, a modo loro. Due poteri globali che si sfiorano nel retroporto, lì dove la Calabria smette di essere cartolina e diventa una spianata di cemento e promesse mancate.
La notizia emersa dall'inchiesta “Res Tauro”, raccontata da LaC News24, possiede la precisione chirurgica di un documentario d’osservazione. Non c’è bisogno di inventare nulla. La realtà si mette in scena da sola, nuda e feroce. Amazon studiava la fattibilità dell’hub logistico nel 2022, ma la ’ndrangheta quella fattibilità l’aveva già vidimata, timbrata e digerita mesi prima. Niente pistole sul tavolo, stavolta. Niente sangue sulla darsena. Il boss non cerca la guerra, cerca le agenzie interinali. Vuole sapere «come scrivere» e «cosa scrivere» nei curriculum dei suoi protetti. Ha bisogno di canali puliti, liste immacolate della Prefettura, moduli in carta chimica. La mafia non spara più ma compila moduli.
Qui crolla il primo grande equivoco sociologico sul Meridione. La ’ndrangheta non è un residuo del Medioevo, non è una zavorra premoderna che resiste al progresso. È il progresso stesso, ma declinato secondo le regole del controllo territoriale. Come hanno spesso analizzato Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nei loro saggi sul potere criminale, le cosche possiedono una spaventosa capacità di ibridazione.
Si fanno burocrazia per digerire la modernità ipertecnologica. Quando un avvocato avverte il vecchio capoclan che Amazon «c’ha gli occhi addosso» e che servono aziende pulitissime, la risposta del boss spiazza i teorici dell’antimafia da salotto: «Perfetto! E a noi questo ci fa piacere!». Più le regole sono rigide, più il filtro diventa stretto, più la cosca può esaltare la sua funzione di unico intermediario capace di superare la barriera. La legalità formale diventa lo schermo perfetto dietro cui nascondersi.
È una questione di welfare. Un welfare distorto, carnale, che si nutre della carne dei «poveri cristiani», come li definisce Piromalli con un paternalismo che mette i brividi. In una terra dove il lavoro non è un diritto ma una concessione sovrana, l’accesso a un furgoncino delle consegne diventa una grazia ricevuta. Il salario lo paga Seattle, ma il ringraziamento va a chi ha «infilato» il nome giusto nel faldone dell’agenzia di somministrazione. Così il capitalismo di piattaforma si trasforma, senza accorgersene, nel combustibile che alimenta il consenso sociale del clan. Cinquanta autisti significano cinquanta famiglie legate a filo doppio alla salute del boss. Significa pace sociale nella Piana. Significa che il porto, le strade e i capannoni restano il «cortile di casa» della famiglia.
Poi c’è la resa dei colletti bianchi, il dettaglio che più di ogni altro svela la profondità del contagio antropologico. Le intercettazioni restituiscono la voce di un professionista, un avvocato, che si offre al boss non come tecnico, ma come soldato. Dice che andrebbe in guerra per lui. C’è una devozione quasi feudale in quelle parole, un’adesione ideologica che supera il semplice tornaconto economico. L’area grigia non è un club di complici spaventati o ricattati; è un pezzo di società civile che riconosce nella mafia l’unica vera istituzione legittima sul territorio, lo Stato reale contro lo Stato legale.
Com’è andata a finire lo sappiamo. A dicembre del 2022, nelle stanze della Cittadella regionale, i manager di Amazon hanno raffreddato gli entusiasmi con le solite formule felpate sulle «valutazioni in corso», che tradotto dal linguaggio aziendale significa fuga. Il colosso globale ha visto l’ombra della cosca e ha ritirato le fiches dal tavolo. Ha applicato la logica del disinvestimento rapido, quella tipica dei capitali liquidi che non hanno patria né memoria. Girano al largo. Cercano porti più tranquilli.
Resta l'immagine finale di questa pellicola mai girata. Una distesa di asfalto nel retroporto di Gioia Tauro, le erbacce che crescono tra le crepe del cemento e il silenzio di un investimento che non vedrà mai la luce. Amazon ha salvato la sua reputazione, lo Stato ha incassato un successo giudiziario, ma i «poveri cristiani» sono rimasti lì, sulla banchina, ad aspettare che qualcuno bussi alla loro porta per consegnare un futuro qualsiasi. Magari dentro un furgoncino bianco che non arriverà mai.
*Documentarista Unical


