Il procuratore nazionale antimafia scrive a Nordio, Piantedosi e Colosimo (commissione Antimafia) per evidenziare la minore efficacia delle indagini sulla criminalità organizzata dopo l’introduzione delle norme. Più difficile colpire i reati dei colletti bianchi legati ai clan
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo sceglie parole che suonano caute solo in apparenza: «Urgente necessità di riflessione sulle criticità riscontrate». In realtà è un allarme netto, inequivocabile. Lo dimostra la lettera inviata da Giovanni Melillo ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, oltre che alla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo. Qui il tono si fa diretto, senza schermi: l’effetto della riforma «si è rivelato oltremodo grave e allarmante, in ragione dell’obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo». Più chiaro di così, è difficile.
Il decreto che cambia le regole
Al centro della denuncia c’è la nuova disciplina sull’utilizzabilità delle intercettazioni, riscritta con il decreto-legge dell’agosto 2023, poi convertito in legge. Il principio è drastico: le conversazioni captate in un’indagine non possono più diventare prova in altri procedimenti, anche quando emergono nuovi reati, «salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza».
Un cambio di rotta deciso. In precedenza, l’estensione copriva tutti i reati per cui erano ammesse intercettazioni. Ora quella porta è stata chiusa, lasciando fuori un lungo elenco di fattispecie centrali nelle inchieste antimafia. Melillo le sintetizza senza giri di parole: «Si va dai più gravi delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, ivi compresi quelli di concussione e corruzione, a tutti i reati in tema di traffico di rifiuti, sino ai delitti di scambio elettorale-mafioso, a quelli di intestazione fittizia dei beni e altre utilità provenienti da delitto e autoriciclaggio, per giungere a tutti i reati finanziari, societari e fiscali che rivelano il loro valore strategico per l’espansione affaristica delle mafie».
Il nodo dei «colletti bianchi»
Il risultato è un effetto a catena che colpisce un bersaglio preciso: i reati dei «colletti bianchi» legati alle organizzazioni criminali. Restano, di fatto, esclusi dall’utilizzo di intercettazioni raccolte altrove, con conseguenze pesanti. Melillo parla di «un sostanziale arretramento dell’efficacia dell’azione di contrasto a quei fenomeni».
Non è solo una segnalazione tecnica. È un richiamo politico, indirizzato alle «competenti autorità politiche», cioè governo e Parlamento, «per le valutazioni a loro riservate, in ossequio ai doveri di leale collaborazione istituzionale». E l’allarme si allarga: anche il fronte del terrorismo risente della stretta. La norma, infatti, «impedisce il ricorso alle intercettazioni disposte in procedimenti collegati per l’accertamento di condotte quali la partecipazione a un’associazione sovversiva e di assistenza agli associati, ovvero l’istigazione e apologia di reato con finalità di terrorismo che reggono le dinamiche di reclutamento, anche di minori, in quelle pericolose organizzazioni criminali».
Anomalie che sfidano la logica
Nella lettera del 20 aprile emergono poi contraddizioni difficili da giustificare. Il quadro che ne esce è quasi paradossale. «Risulta possibile — scrive — utilizzare le intercettazioni di altro procedimento per perseguire il delitto di ricettazione di denaro o cose provenienti da rapina, estorsione e furto aggravato ma non per provare delitti di riciclaggio mafioso, così come possono usarsi nei procedimenti per detenzione di un documento d’identificazione falso ma non in quelli per scambio elettorale-mafioso».
E ancora: si potranno usare «per un delitto di truffa aggravata ma non quando si procede per casi di indebita compensazione di crediti fiscali e previdenziali di imprese mafiose per decine di milioni di euro». Una sequenza di eccezioni che finisce per ribaltare le priorità investigative.
Costi che salgono, efficacia che scende
Non è tutto. La riforma produce anche effetti operativi pesanti. Per evitare «dispersioni probatorie», le procure antimafia e antiterrorismo sono costrette a replicare le stesse intercettazioni in procedimenti diversi. Tradotto: una moltiplicazione delle attività, fascicolo per fascicolo, indagine per indagine.
Il risultato è inevitabile: «conseguente lievitazione dei costi e dispersione di preziose risorse per lo svolgimento delle attività delegate alla polizia giudiziaria». Un meccanismo che, invece di rafforzare il sistema, lo appesantisce. E che contribuisce — avverte Melillo — a un «complessivo e progressivamente sempre più grave indebolimento degli sforzi di contrasto dei più pericolosi fenomeni criminali».
Intercettazioni, l’allarme di Melillo in Commissione antimafia
Giovedì prossimo durante l'Ufficio di presidenza della commissione parlamentare antimafia potrebbe essere affrontato - secondo fonti della stessa commissione - il tema al centro della questione posta dal procuratore Melillo. Il nodo è la modifica dell'articolo 270 del codice di procedura penale, che avrebbe finito per limitare le cosiddette “intercettazioni a strascico”, ovvero la prassi di utilizzare i risultati di intercettazioni disposte per un determinato procedimento penale in procedimenti diversi.
Pd e M5S al fianco del procuratore nazionale antimafia
Intanto dal fronte politico arrivano le prime reazioni. «L'allarme che il Procuratore nazionale antimafia Melillo ha lanciato deve essere raccolto», dichiara in una nota il senatore Walter Verini, capogruppo Pd in commissione parlamentare Antimafia. «L'elenco di gravissimi reati per i quali non possono essere usate intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per cui sono state disposte - afferma - toglie strumenti a chi combatte la criminalità». A giudizio dell'esponente democratico «questo appello non può non essere raccolto. Noi lo chiederemo interrogando il Governo e portando di nuovo la questione in commissione Antimafia. Già nelle audizioni del tempo, Melillo e altri magistrati avevano lanciato l'allarme sui rischi di questa stretta sull'utilizzo di intercettazioni. Il loro allarme e quello delle opposizioni non venne ascoltato. Anzi, in seguito sono stati varati ulteriori provvedimenti limitativi».
Anche il M5S chiede attenzione per la denuncia del procuratore nazionale antimafia: «Melillo segnala come la norma voluta nel 2023 dal governo Meloni che impedisce di utilizzare le intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per cui sono state disposte, abbia pesantemente indebolito la lotta alle mafie del terzo millennio, quelle che non si mostrano più con la coppola storta e la lupara ma indossando i colletti bianchi fanno affari mettendo le mani sulla Pa e sui soldi pubblici, utilizzando la sponda dei politici e dei pubblici amministratori compiacenti. È esattamente quello che emerge dalle tante indagini in corso in Italia sugli osceni intrecci tra criminalità organizzata e politica, come Hydra a Milano».
«Oggi - proseguono - apprendiamo che la lettera è del 20 aprile scorso, i ministri Nordio e Piantedosi ci dicano immediatamente come intendono agire per rispondere all'allarme del Pna. È gravissimo e inaccettabile che la presidente Colosimo non ne abbia dato notizia alla commissione Antimafia e non abbia affrontato il tema nell'Udp, tenendosi la lettera nel cassetto».

