I giudici confermano il provvedimento di proroga delle limitazioni e del controllo della corrispondenza di Pasquale Pititto, imputato nel maxiprocesso Maestrale-Carthago e già condannato all’ergastolo
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Resta confermato il provvedimento di proroga delle limitazioni e del controllo della corrispondenza emesso nei confronti di Pasquale Pititto, 58 anni, di San Giovanni di Mileto, disposto in data 17 ottobre 2024. Respinto anche il reclamo, sempre proposto da Pititto, avverso il provvedimento del 6 marzo 2025 con il quale è stato disposto il trattenimento di una raccomandata inviata dal detenuto. E’ quanto deciso dalla prima sezione penale della Cassazione che ha così confermato l’ordinanza del Tribunale di Vibo Valentia del 16 luglio scorso con la quale è stato rigettato il reclamo di Pasquale Pititto che da due anni si trova ristretto in regime di carcere duro (articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario). Nel ricorso Pasquale Pititto ha sostenuto che “gli obiettivi di prevenzione perseguiti dal regime differenziato legittimano l’impedimento di comunicazioni fisiche tra detenuti, ma nulla dicono per quelle epistolari”. Il difensore di Pititto ha poi ritenuto che la motivazione del Tribunale di Vibo fosse solo apparente, in quanto avrebbe omesso di “confrontarsi con il provvedimento emesso dall’Ufficio di Sorveglianza di Milano che disponeva l’inoltro della medesima missiva trattenuta dall’istituto”. La Cassazione nel ritenere infondato il ricorso ricorda che l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario stabilisce che “quando ricorrono gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, il Ministro della Giustizia può disporre nei confronti di detenuti o internati per gravi reati in materia di terrorismo o di criminalità organizzata, la sospensione, in tutto o in parte, delle regole del trattamento che possono porsi in contrasto con le esigenze di ordine e sicurezza, al fine di impedire i collegamenti con un'associazione criminale, terroristica o eversiva”. Dal momento che l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario “già prevede espressamente la sottoposizione al visto di controllo della corrispondenza, deve ragionevolmente concludersi – sostiene la Cassazione – che il successivo trattenimento debba essere motivato sulla base di specifici elementi, ovviamente diversi dalla mera sottoposizione al regime differenziato”.
Nel caso di Pasquale Pititto, i giudici hanno ravvisato la violazione dell’articolo 18 della circolare n. 3676/6126 del Dap secondo cui “non è consentita la spedizione in unica busta di più missive indirizzate a persone diverse ad eccezione dei familiari conviventi, né la spedizione di missive, biglietti augurali e fotografie all’interno di pacco postale”. Risultando invece che il detenuto Pasquale Pititto ha indirizzato una raccomandata con all’interno della medesima busta tre lettere distinte indirizzate a soggetti non risultanti - dalla nota del 20 febbraio 2025 della Casa circondariale di Milano - familiari conviventi del detenuto”. Da qui il rigetto del ricorso.
Pasquale Pititto si trova ristretto in regime di carcere duro (41 bis) dal luglio 2024 su decisione del Ministero della Giustizia. Si trova detenuto nell’ambito del processo Maestrale-Carthago, in corso di celebrazione dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia, in quanto accusato di essere il capo promotore di un’organizzazione mafiosa operante nel territorio del comune di Mileto. Pasquale Pititto sta inoltre scontando l’ergastolo per l’omicidio di Pietro Cosimo (esecutore materiale insieme a Nazzareno Prostamo), delitto consumato a Catanzaro negli anni ‘90 su mandato del boss dei Gaglianesi, Girolamo Costanzo, che pagò all’epoca per il fatto di sangue cinque milioni di lire ai due vibonesi. Pasquale Pititto ha poi rimediato una condanna a 25 anni di reclusione definitiva nel processo nato dalla storica operazione “Tirreno” scattata nel 1993 ad opera dell’allora pm della Dda di Reggio Calabria, Roberto Pennisi. Unitamente al cognato Michele Iannello (collaboratore di giustizia e condannato per l’omicidio di Nicolas Green), Pasquale Pititto è stato ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio di Vincenzo Chindamo e del tentato omicidio di Antonio Chindamo, fatti di sangue commessi a Laureana di Borrello l’11 maggio 1991 su mandato del boss Giuseppe Mancuso di Limbadi (da qualche anno in libertà dopo aver scontato 24 anni di reclusione). Nel delitto dei Chindamo sono poi rimasti coinvolti anche i vertici dei clan Piromalli e Molè di Gioia Tauro, alleati ai Mancuso nell’eliminazione dei due elementi del clan Chindamo contrapposti al clan dei Cutellè di Laureana appoggiato dai Piromalli-Molè-Mancuso. Pasquale Pititto si trova su una sedia a rotelle dopo aver subito negli anni ’90 un tentato omicidio ad opera del contrapposto clan Galati di San Giovanni di Mileto. La sua figura è stata in settimana trattata dai pm della Dda di Catanzaro nel corso della requisitoria – dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia – del maxiprocesso Maestrale-Carthago.

