Le radici sono importanti. Sono la nostra casa, i nostri punti di riferimento, gli odori, i colori che ci hanno riempito gli occhi fin da quando siamo venuto al mondo. Il nuovo romanzo per ragazzi del procuratore di Napoli Nicola Gratteri e dello storico e saggista Antonio Nicaso si intitola “Come radici. Una storia sulle seconde possibilità”. Il racconto, ambientato in Calabria, parla di due vite che si intrecciano: quella di Carlo Marino, un pubblico ministero ormai in pensione, che dal Tribunale di Milano si trasferisce nella campagna calabrese per coltivare la terra di famiglia, e quella di Cesare, figlio di un boss locale che finisce nei guai dopo aver appiccato un incendio. Al ragazzo viene offerta una “messa alla prova” in una comunità e un amico d’infanzia del procuratore «gli chiede se Cesare e altri ragazzi possono lavorare sul suo terreno», racconta il professore Nicaso a LaC News24.

Attenzione, però, a pensare che il libro sia la trasposizione letteraria della vita del procuratore Nicola Gratteri. Certo, gli elementi per pensarlo non mancano - il procuratore e il lavoro della terra rimandano parecchio al magistrato di Gerace – ma, dice Nicaso, «questo è un libro sulle seconde opportunità, sul fatto che tutti devono avere una seconda opportunità».
Nel corso della chiacchierata col professore Nicaso scopriamo che il tema radici e parecchio vicino al suo sentire di migrante che da 36 anni lavora e insegna nelle università tra Stati Uniti e Canada.

Professore Nicaso, perché la scelta di questo titolo “Come Radici”?
«Emerge chiaramente la voglia di tornare alle radici. Forse quello è più un mio desiderio che non di Nicola. Nel senso che il procuratore Gratteri, se togliamo questa esperienza a Napoli, dalla Calabria non si è mai mosso. Lui ogni 15 giorni o ogni mese ha la possibilità di tornare a casa, perché la sua casa è sempre là, a Gerace. Invece nel mio caso, sono da 36 anni fuori, c'è questa voglia di tornare alle origini. Non ho più delle radici, perché le mie sono a Caolonia, ma lì non ho più nessuno come affetti esclusivi, perché mia mamma è morta nel 2002, mio padre nel 1969, quindi per me Caulonia è più un villaggio nella memoria, anche perché dalla Calabria io non sono mai veramente partito, almeno con la testa, fisicamente sì, ma con la testa no».

Cosa impara Cesare nella tenuta del procuratore?
«Cesare capisce a sue spese tutto quello che la sua famiglia fa nello sfruttamento della manodopera. La voglia di questo ragazzo di confrontarsi con altri coetanei rappresenta la libertà di fare una scelta di campo, che poi è la scelta che farà alla fine, non voglio anticipare nulla… Però è una storia sulle seconde opportunità, il fatto è che tutti dovrebbero avere una seconda opportunità perché nessuno è destinato a sbagliare, nessuno è destinato a fare quello che magari qualcuno gli impone, tutti quanti hanno la possibilità di dire no ad un certo punto della loro vita».

Rispetto al romanzo precedente, “Senza scorciatoie”, questo racconto è ambientato in Calabria.
«Esatto. Perché probabilmente stiamo aggiungendo vita agli anni, però gli anni aumentano e quindi c'è sempre questa idea di Calabria che non dico che ci tormenta, ma che ci fa sempre pensare alla possibilità, un giorno, di tornare in pianta stabile o un giorno di tornare a trascorrere molto più tempo in Calabria, almeno nel mio caso. Per quanto riguarda il procuratore Gratteri, non credo si fermerà mai».

Difficile immaginare il procuratore dedicato solo a curare l’orto…
«Beh, l’orto per lui è una sorta di psicologo, di psicoterapeuta. C'è l'idea che quando tu fai un lavoro che ti porta ad avere ogni giorno a che fare con situazioni delicate come quella di chiedere l'arresto delle persone, di indagare e di guardare in faccia la parte più brutta della società… in quei casi, quando uno come Nicola va nell’orto, l'orto lo rigenera, gli dà la possibilità di curare le piante, di tornare ad una dimensione più umana rispetto a tante altre dimensioni in cui hai un ruolo e necessariamente la gente ti percepisce per quel ruolo».

A proposito di non fermarsi mai, sappiamo che col procuratore state scrivendo una sceneggiatura a quattro mani. Ci può dire qualcosa di più?
«L'idea è quella di raccontare sempre la storia di chi non vuole rassegnarsi. Noi partiamo dal presupposto che chi scrive ha anche l'obbligo di non intrappolarsi nel conflitto tra il male e il peggio. In ogni territorio c'è tanta gente per bene, tanta gente che lotta, che resiste, che cerca di cambiare le cose. Quando raccontiamo qualcosa cerchiamo di raccontare anche quest'altra realtà, non soltanto quella negata alla criminalità organizzata, alla violenza, al potere, alle dinamiche del potere, ma raccontiamo anche chi vive su quello stesso territorio e non si rassegna, e dice “perché dobbiamo piegare la testa?” C'è la possibilità di reagire, c'è la possibilità di resistere».

Il coraggio si può organizzare.
«Esatto. Il coraggio è qualcosa che tu puoi costruire, puoi condividere con gli altri, può diventare coraggio collettivo. Che è la cosa più importante, perché le battaglie non si vincono da soli. I cavalieri solitari sono destinati a perdere, come commissario Cattani nella Piovra. Allora bisogna ribaltare quella narrazione, cioè l'idea che ci possa essere gente che si ispira magari ad uno che dimostra di avere coraggio e cerca di fare altrettanto».