Non regge l’impalcatura accusatoria per i fatti di sangue avvenuti la notte del 9 luglio 2003 a Spilinga. La Procura Generale aveva chiesto tre ergastoli. Cosmo Michele Mancuso si trova da tempo in totale libertà
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La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro (presieduta dal giudice Piero Santese) ha confermato in secondo grado l’assoluzione degli imputati del processo che mirava ad accertare le responsabilità penali per l’omicidio di Raffaele Fiamingo e il tentato omicidio di Francesco Mancuso, detto “Tabacco”. Fatti di sangue avvenuti nella notte del 9 luglio 2003 a Spilinga. La Procura Generale di Catanzaro aveva in particolare chiesto la condanna all’ergastolo per il boss di Limbadi Cosmo Michele Mancuso, 77 anni (difeso dagli avvocati Guido Contestabile e Pietro Antonio Corsaro), per Antonio Prenesti, 60 anni, di Nicotera (avvocati Salvatore Staiano e Paride Scinica), e per Domenico Polito, 62 anni, di Tropea (avvocati Enzo Galeota e Domenico Soranna). Gli imputati sono stati tutti assolti – così come in primo grado il 18 aprile 2023 – per non aver commesso il fatto. Restano così – allo stato – totalmente impuniti i due fatti di sangue.
Non hanno quindi retto neanche al vaglio dei giudici di secondo grado le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia sull’agguato, così come importanti si sono rivelati per la difesa gli esami tecnici sulla localizzazione degli imputati (in particolare Prenesti) la notte dei due fatti di sangue. L’esame dei tabulati telefonici ha infatti consentito di localizzare Antonio Prenesti a poche ore dall’agguato a Raffaele Fiamingo e Francesco Mancuso nel centro di Roma.
L’operazione “Errore Fatale” era stata portata a termine dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia e dallo Sco, con il coordinamento della Dda di Catanzaro. Nell’ambito dell’inchiesta, il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso (figlio di Pantaloene Mancuso, alias “l’Ingegnere”) aveva poi confermato agli inquirenti il fatto che lo zio Francesco Mancuso, alias “Tabacco”, non andasse d’accordo con gli zii grandi (il ramo degli “11” della famiglia Mancuso, i fondatori del clan), tanto da creare nei primi anni 2000 un’autonoma articolazione del clan Mancuso impegnata anche in danneggiamenti nei confronti di soggetti già “protetti” dagli zii oppure compiere azioni intimidatorie nei confronti degli stessi congiunti, prendendo in particolare di mira lo zio Cosmo Michele Mancuso e Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”. Francesco Mancuso, di Limbadi, sarebbe inoltre andato a chiedere, unitamente a Raffaele Fiamingo (alias “Il Vichingo”) di Rombiolo, la tangente ad un panificio di Spilinga di proprietà di un congiunto di Antonio Prenesti.
Le vendette e le accuse non provate
Le dichiarazioni più interessanti sulle fasi immediatamente successive all’omicidio di Raffaele Fiamingo ed al ferimento di Francesco Mancuso, sono tuttavia arrivate dal collaboratore di giustizia Angiolino Servello di Ionadi il quale all’epoca era uno stretto alleato del boss di Zungri, Giuseppe Accorinti, nel traffico di droga. Proprio da Giuseppe Accorinti, Angiolino Servello ha raccontato infatti di aver appreso che per il fatto di sangue c’era all’epoca chi stava preparando la vendetta: un personaggio di primo piano della famiglia Mancuso, ovvero Pino Mancuso (cl. ’60), detto “Pino Bandera”, fratello maggiore di Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, e fra i principali protagonisti dell’inchiesta “Decollo” contro il narcotraffico internazionale. Pino Bandera era all’epoca inserito, secondo i collaboratori e le risultanze investigative, proprio nell’articolazione guidata dal cugino Francesco Mancuso, detto “Tabacco” (Pino Mancuso assolto però in appello nel processo Dinasty), e quindi anche in netta contrapposizione al proprio fratello Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, collocato invece nell’articolazione del clan facente capo allo zio Cosmo Michele Mancuso. Pino Mancuso, secondo Servello, avrebbe voluto colpire Domenico Polito di Tropea, individuato come bersaglio proprio perché ritenuto facente parte del gruppo di fuoco che aveva agito sotto le direttive di Cosmo Michele Mancuso.
Secondo Emanuele Mancuso, infine, anche suo zio Francesco Mancuso in un’occasione gli avrebbe chiesto delle armi per vendicarsi dell’agguato subito. “Quel gran cornuto di Yo-yò è tornato a Nicotera” avrebbe confidato Francesco Mancuso al nipote Emanuele, manifestando così l’intenzione di colpire proprio Antonio Prenesti, alias “Yo-yò”. Un proposito poi non andato a buon fine, anche perché nel frattempo – ottobre 2003 – scattava l’operazione “Dinasty” contro il clan Mancuso e Ciccio “Tabacco” veniva arrestato insieme a tutti gli altri vertici della famiglia. A 23 anni dall’agguato, i due fatti di sangue restano impuniti.
Cosmo Michele Mancuso risulta attualmente in totale stato di libertà essendo stato assolto anche dai processi nati dalle operazioni antimafia denominate “Costa Pulita” e “Rimpiazzo”. Domenico Polito e Antonio Prenesti si trovano invece detenuti per altre operazioni (Rinascita Scott su tutte).

