Annullate con rinvio le decisioni del Tribunale del Riesame di Catanzaro che avevano rimesso in libertà lo scorso anno le due indagate protagoniste delle telefonate con il congiunto detenuto
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Antonio GAUDENCIO
Annullate dalla Cassazione le decisioni del Tribunale del Riesame di Catanzaro che nell’aprile e nel maggio dello scorso anno hanno rimesso in libertà Tomasina Certo, 62 anni (moglie del boss di Tropea Tonino La Rosa, detenuto al 41 bis) e la figlia Cristina La Rosa, 34 anni, entrambe di Tropea. E’ stato quindi accolto il ricorso della Dda di Catanzaro e le misure cautelari nei confronti madre e figlia andranno ridiscusse dinanzi ad una nuova sezione del Riesame. Il gip distrettuale aveva emesso nell’aprile dello scorso anno un’ordinanza di custodia in carcere nei confronti di Tomasina Certo per i reati di concorso nel delitto di accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti (per le telefonate illegali con il marito Tonino La Rosa che in carcere disponeva di telefonini) ed estorsione, reati entrambi aggravati dalla finalità di agevolare la consorteria mafiosa capeggiata dal coniuge dell'indagata, Antonio La Rosa, ritenuto “elemento di vertice della omonima ‘ndrina di Tropea”.
Cristina La Rosa, oltre che per le telefonate con il padre, è invece indagata per i reati di estorsione e trasferimento fraudolento di valori, tutti aggravati dall'aggravante mafiosa.
Le contestazioni nel dettaglio
Secondo la ricostruzione accusatoria, dalle intercettazioni è emerso che Tonino La Rosa, detenuto dal 19/12/2019 (data in cui è scattata la maxioperazione Rinascita Scott), aveva a disposizione un apparecchio cellulare con il quale comunicava anche più volte al giorno con la moglie, Tomasina Certo, così informandosi, secondo l'imputazione provvisoria, delle dinamiche interne della famiglia e dell’omonima consorteria criminale. Dalle intercettazioni risultava altresì la compartecipazione di Tomasina Certo all’attività estorsiva nei confronti dei titolari di una rosticceria di Tropea, posta in essere al fine di agevolare le attività della ‘ndrina facente capo al marito. In particolare, si contesta alla donna di essere la destinataria finale del denaro frutto dell'estorsione, indicato nelle conversazioni con il termine "arancini". Con ordinanza del 30 aprile dello scorso anno, 2025, il Tribunale del Riesame di Catanzaro ha invece annullato l’ordinanza cautelare per difetto della gravità indiziaria, disponendo l'immediata liberazione dell'indagata.
Per Cristina La Rosa, invece (compagna di Davide Surace di Spilinga che, secondo l’accusa, avrebbe preso le redini del clan in costanza della detenzione di Tonino La Rosa), secondo il Tribunale del Riesame, l’indagata avrebbe assunto un “mero contegno passivo di ricezione delle telefonate del padre, senza svolgere alcuna condotta di agevolazione”. Quanto poi al delitto di trasferimento fraudolento di valori, il Giudice della cautela, pur ribadendo “l'esistenza di gravità indiziaria in capo all’indagata, osservava tuttavia che i fatti risalivano all’anno 2016 e che, in seguito a tale periodo, non vi erano altre condotte illecite poste in essere dall’indagata, all’attualità incensurata e priva di carichi pendenti; ciò che impediva di ritenere sussistenti attuali esigenze cautelari”.
L’annullamento in Cassazione
Per la Suprema Corte, il reato di “accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti”, mira a contrastare il fenomeno, sempre più diffuso, di “accesso dei detenuti ad apparecchi cellulari in carcere, con i quali non solo essi mantengono contatti con l'ambiente criminale di provenienza, ostacolando il percorso trattamentale, ma - specialmente per i reati associativi - proseguono di fatto nello svolgimento dell'attività criminosa”. Per la Cassazione il provvedimento del Riesame che ha deciso di scarcerare Tomasina Certo è da rivedere ed in tal senso è stato accolto il ricorso della Dda di Catanzaro. Pur definendo "passivo" il contegno dell'indagata Tomasina Certo, il provvedimento del Riesame “non contesta in fatto la circostanza, riportata nell'ordinanza genetica, che l'indagata avesse risposto alle assidue telefonate del marito nella consapevolezza della illiceità della condotta del chiamante; non esamina il contenuto delle numerose conversazioni che risultano essere intervenute e non dà conto del modo in cui le singole comunicazioni si correlano ad attività poste in essere dalla destinataria tali da generare le successive telefonate, né si confronta con l'argomento logico secondo cui - a differenza di altre situazioni in cui il connivente assiste, in modo del tutto passivo, all'azione delittuosa "tollerata" - nell'atto stesso di rispondere ad una telefonata ed iniziare una conversazione si realizza un'azione cosciente e volontaria, soprattutto quando l'oggetto della conversazione si alimenta di attività indicate come da compiere nelle precedenti telefonate”. Per la Suprema Corte, quindi, la decisione del Tribunale del Riesame di Catanzaro appare “contraddittoria e manifestamente illogica lì dove, da un lato, la continuità e frequenza delle conversazioni tra il detenuto e la moglie non viene messa in dubbio e, dall'altro, viene escluso il concorso di Tomasina Certo nel reato proprio del detenuto, neppure sotto il profilo morale, non valutando se il suo contegno palesi invece un sostegno o persino un "incitamento ulteriore" nella commissione del reato”.
Per tali motivi la Cassazione ha annullato con rinvio per un “nuovo esame al Tribunale di Catanzaro, sezione riesame, affinché valuti se la condotta di Tomasina Certo che, interloquendo continuativamente con il coniuge detenuto in carcere ed esortandolo (almeno in un'occasione) ad ulteriori indebite conversazioni telefoniche, abbia rafforzato e comunque agevolato il proposito criminoso del detenuto, istigandone la prosecuzione e, di conseguenza, se integri o meno gli estremi del concorso morale nel delitto".
Considerazioni analoghe anche per quanto riguarda Cristina La Rosa laddove il Riesame dovrà valutare “se la condotta della donna – concretatasi nell'interloquire continuativamente con il padre ristretto in carcere, nell'affrontare o nel consentire al coniuge di affrontare con lui tematiche di interesse associativo o, comunque, a sfondo criminale, nell'esortarlo a ulteriori indebite conversazioni telefoniche – abbia rafforzato e, comunque, agevolato il proposito criminoso di Antonio La Rosa, istigandone la prosecuzione e, di conseguenza, se detta condotta integri o no gli estremi del concorso morale del delitto”. La Cassazione ricorda infine che nel carcere di Avellino Tonino La Rosa si sarebbe servito di ben “cinque telefoni cellulari, più sim nella sua disponibilità, effettuando un numero davvero impressionante (4.709) di chiamate non autorizzate verso le utenze dei familiari e, tra costoro, della figlia Cristina La Rosa che interloquiva con il genitore e introduceva la conversazione con Davide Surace, suo compagno e reggente della cosca nel periodo di detenzione di La Rosa”.
Sia per Tomasina Certo che Cristina La Rosa nel febbraio scorso la Dda di Catanzaro – unitamente ad altri 44 indagati – ha chiuso l’inchiesta con l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

