Una rapina in villa, contatti oscuri e vecchi legami con ambienti criminali: un intreccio che, in alcuni casi, porta a collaborazioni decisive per mettere a segno i colpi. È quanto emerge da una vicenda avvenuta nel febbraio 2018 a Castagnito, in Piemonte dove tre uomini fecero irruzione nella casa dell’imprenditore Alessandro Barbero. Non si trattò di un’azione improvvisata: i rapinatori sapevano esattamente cosa cercare e dove trovarlo, segno evidente della presenza di qualcuno che li aveva indirizzati, un basista.

Per quel ruolo chiave, il tribunale di Asti ha condannato a sette anni di carcere e a una multa di 2 mila euro Bruno Agostino, originario di Soriano Calabro, nel Vibonese, e residente ad Alba. Secondo l’accusa, sarebbe stato lui a individuare l’obiettivo e a fornire informazioni ai complici. Un sospetto rafforzato dal fatto che, in qualità di falegname, aveva lavorato proprio in quella villa, conoscendone struttura e contenuti. Gli inquirenti ritengono inoltre che abbia contribuito a neutralizzare il sistema di videosorveglianza prima dell’irruzione.

Il suo profilo, però, non si esaurisce in questo episodio. In passato era già stato coinvolto in un’indagine che aveva portato alla luce presenze della ’ndrangheta tra Astigiano e Cuneese, conclusasi con una condanna per associazione mafiosa.

Violenza e sequestro durante l’assalto: una notte di paura per la vittima

L’azione criminale si trasformò rapidamente in un episodio di estrema violenza. I tre uomini entrarono nell’abitazione forzando un accesso laterale dopo aver scavalcato la recinzione. Una volta dentro, aggredirono il proprietario, che si trovava da solo in cucina.

Lo immobilizzarono, lo costrinsero a inginocchiarsi e lo colpirono alla testa, minacciandolo per ottenere le chiavi della cassaforte. Dopo essersi impossessati del bottino – tra cui orologi di valore e denaro contante – lo trascinarono in bagno, dove lo lasciarono legato e ferito, chiuso in un ambiente privo di finestre.

Fu la collaboratrice domestica, il giorno successivo, a trovarlo e a dare l’allarme, permettendo l’avvio delle indagini.

L’indagine: Dna e intercettazioni decisive

L’inchiesta, coordinata dalla procura, si è sviluppata nel tempo attraverso un lavoro investigativo complesso. Fondamentali sono state le tracce biologiche rinvenute sulla scena, analizzate dai Ris, e l’incrocio dei dati telefonici, che ha consentito di ricostruire contatti e comunicazioni tra gli indagati.

Le prove raccolte hanno portato all’identificazione dei responsabili e alla loro condanna. Tra questi, anche due complici già noti alle forze dell’ordine. Più recente, invece, la sentenza nei confronti del presunto basista Agostino, che ha sempre respinto le accuse sostenendo di non aver avuto alcun ruolo nella vicenda. Una versione che non ha convinto i giudici.