Riformata in toto la sentenza di primo grado emessa al termine di un processo celebrato con rito abbreviato. Cadono le aggravanti mafiose e viene meno il reato ai danni di investitori dell’Oman
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Dalla condanna in primo grado con rito abbreviato alla piena assoluzione nel secondo grado di giudizio. La seconda sezione penale della Corte d’Appello di Catanzaro (presidente Alessandro Bravin, giudici Roberta Carotenuto e Giovanna Mastroianni) – in riforma della sentenza emessa dal gup distrettuale – ha assolto Giuseppe Fortuna, detto “Peppe”, 48 anni, di Filogaso, e Giuseppe Fortuna, 62 anni, detto Pino, di Vibo Valentia, nell’ambito del processo nato dall’operazione antimafia denominata “Rinascita Scott 3-Assocompari”. In primo grado i due imputati (assolti per non aver commesso il fatto e perché il fatto non costituisce reato) erano stati condannati, rispettivamente, a 5 e 4 anni di reclusione. I giudici hanno così integralmente accolto le argomentazioni difensive degli avvocati Sergio Rotundo e Antonio Galati. L’operazione era scattata nel gennaio del 2023 scorso anno e costituiva la prosecuzione dell’indagine Rinascita Scott eseguita il 19 dicembre 2019 dai carabinieri. L’inchiesta mirava a ricostruire le dinamiche sottese ad una truffa, consumata nel 2017 tra Pizzo, Vibo Valentia e Budapest, ai danni di investitori omaniti che avevano versato la somma di un milione di euro dietro la promessa di ottenere il 30% delle quote di una società cui era riconducibile un compendio immobiliare a Budapest.
Trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante mafiosa, il reato contestato a Giuseppe Fortuna (classe 1977), socio unico e amministratore di una società francese. Concorso in autoriciclaggio, con l’aggravante mafiosa, l’altra accusa mossa ad entrambi gli imputati che sono stati assolti. In quest’ultimo caso i due cugini Giuseppe Fortuna erano accusati di aver costituito una società edile, fittiziamente intestata ad altra persona, utilizzata per l’esecuzione di lavori edili in un cantiere ricevendo la somma di oltre 98mila euro frutto di una provvista pervenuta dall’Oman in vista della gestione in comune dei lavori relativi alla costruzione di un edificio a Pizzo di interesse del sodalizio. L’aggravante mafiosa faceva riferimento all’accusa di essere gli imputati vicini al clan Bonavota di Sant’Onofrio. L’indagine (con altri imputati che hanno invece scelto il rito ordinario, sei dei quali sono stati condannati il 23 luglio scorso dal Tribunale di Vibo) è stata sviluppata in un articolato contesto di cooperazione internazionale di polizia giudiziaria con autorità ungheresi, cipriote, francesi, danesi e britanniche e il coordinamento di Eurojust, avvalendosi anche della collaborazione dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia.

