La Cassazione respinge i ricorsi dei difensori e li dichiara inammissibili. Confermata la responsabilità penale di Salvatore Morelli, Antonio La Rosa, Antonio Lo Bianco, Gaetano Molino e Giuseppe Mangone. Ecco i loro profili
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Antonio GAUDENCIO
Prime condanne definitive per alcuni degli imputati coinvolti nel maxiprocesso Rinascita Scott. La quinta sezione penale della Cassazione ha infatti dichiarato inammissibili i ricorsi di cinque imputati che in appello – il 12 marzo dello scorso anno – avevano concordato le pene. Vanno così definitive le seguenti condanne: 19 anni di reclusione per Salvatore Morelli, 43 anni, di Vibo Valentia; 16 anni Antonio La Rosa, 64 anni, di Tropea; 12 anni e 2 mesi Antonio Lo Bianco, 78 anni, di Vibo Valentia; 12 anni Gaetano Molino, 67 anni, di Limbadi, ma residente a Joppolo; 10 anni e 8 mesi per Giuseppe Mangone, 71 anni, di Mileto. In primo grado il Tribunale di Vibo aveva inflitto a tali imputati pene ben più severe e precisamente: 28 anni e 4 mesi a Salvatore Morelli; 24 anni ad Antonio La Rosa; 18 anni e 2 mesi Antonio Lo Bianco; 18 anni per Gaetano Molino; 16 anni Gaetano Molino.
Le ragioni della Cassazione
Tutti i ricorrenti dopo la rideterminazione in appello delle rispettive condanne a seguito di un concordato di pena tra accusa e difesa, si erano rivolti alla Cassazione lamentando violazioni di legge sul trattamento sanzionatorio e la mancanza di motivazione in riferimento agli elementi di prova su cui si è fondato il giudizio di responsabilità. La Suprema Corte nel respingere i ricorsi ricorda che “in tema di patteggiamento in appello, la richiesta concordata tra accusa e difesa in ordine alla misura finale della pena è vincolante nella sua integralità, senza che il giudice possa addivenire a una pena diversa, in quanto l'accoglimento della richiesta postula la condivisione della qualificazione giuridica data al fatto e di ogni altra circostanza influente sul calcolo della pena”. Da qui l’inammissibilità del ricorso per Cassazione proposto in relazione alla misura della pena concordata ed agli altri rilievi portati all’attenzione della Suprema Corte. Trattandosi di causa di inammissibilità determinata da profili di colpa emergenti dal medesimo atto di impugnazione, si è registrata anche la condanna al versamento, in favore della cassa delle ammende, della somma di tremila euro. Antonio La Rosa, Antonio Lo Bianco, Giuseppe Mangone, Gaetano Molino e Salvatore Morelli sono stati altresì condannati alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa (3.500 euro per ciascuna di esse) sostenute nel giudizio dalle seguenti parti civili: Comune di Sant'Onofrio, Comune di Mileto, Comune di Cessaniti, Comune di Maierato, Comune di Filandari, Comune di Tropea, Comune di San Costantino Calabro, Comune di Ricadi, Comune di Ionadi, Comune di Vibo Valentia, Comune di Zungri, Comune di San Gregorio d'Ippona, Comune di Pizzo, Comune di Nicotera, Provincia di Vibo Valentia, associazione Libera. Lo Bianco, Mangone, Molino e La Rosa sono stati altresì condannati alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa (3.500 euro) sostenute dalla parte civile “Associazione antiracket ed antiusura della provincia di Vibo Valentia”. Salvatore Morelli è stato invece condannato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa (3.500 euro) sostenute dalla parte civile Vincenzo Renda. Annullata con rinvio, infine, la sentenza nei confronti dell’avvocato Giulio Calabretta, 51 anni, di Catanzaro (un anno e 8 mesi la condanna in primo grado) per un nuovo esame in appello.
I profili dei condannati
Salvatore Morelli di Vibo Valentia viene ritenuto elemento di spicco della ‘ndrina dei Pardea, pur avendo lo stesso un legame di parentela con il clan Lo Bianco (in particolare con il defunto Leoluca Lo Bianco, alias “U Rozzu”). Già vicinissimo ad Andrea Mantella, Salvatore Morelli, detto “Turi l’Americano”, ha scalato le gerarchie mafiose a Vibo Valentia ponendosi – unitamente a Francesco Antonio Pardea, Mommo Macrì e, sino alla sua collaborazione con la giustizia anche Bartolomeo Arena – alla guida di un’autonoma consorteria pronta a scalzare su Vibo Valentia lo storico potere dei clan Lo Bianco e Pugliese (alias “Cassarola”). Salvatore Morelli è emerso nel corso del maxiprocesso anche per aver coltivato strettissimi legami con il clan dei Piscopisani (famiglie Battaglia e Fiorillo) che negli ultimi anni aveva assorbito pure Francesco Scrugli (braccio-destro e cognato di Andrea Mantella, poi ucciso a Vibo Marina nel 2012 dal clan Patania di Stefanaconi). Dall’ottobre 2024 Salvatore Morelli è detenuto in regime di carcere duro (articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario). Sfuggito alla maxi-retata della notte del 19 dicembre 2019 di Rinascita Scott, Salvatore Morelli è stato poi catturato dai carabinieri nel 2021 a Conidoni. Tra i reati per i quali ha riportato la condanna in Rinascita Scott, oltre all’associazione mafiosa vi sono anche quelli di estorsione e detenzione illegale di armi. Ha invece incassato l’assoluzione in primo grado nel processo con rito abbreviato nato dall’operazione Maestrale-Carthago.
Antonio La Rosa, alias “Tonino”, detto anche “Ciondolino” è stato invece ritenuto il reggente numero uno dell’omonima cosca di Tropea. Già condannato in via definitiva nel 2018 per associazione mafiosa nell’operazione “Peter Pan”, in passato è stato coinvolto anche nell’operazione “Odissea” (settembre 2006). Pure Antonio La Rosa si trova attualmente detenuto in regime di carcere duro ed è coinvolto altresì nelle operazioni antimafia denominate “Olimpo” e “Call Me”. Il 20 marzo dello scorso anno è stato condannato in primo grado nel maxiprocesso “Maestrale-Carthago” (giudizio con rito abbreviato) alla pena di 18 anni di reclusione. Dimostrato il suo ruolo attivo anche nel tenere i contatti e i legami del clan di Tropea con altre consorterie mafiose, in primis i Mancuso di Limbadi, i Lo Bianco di Vibo Valentia, gli Il Grande di Parghelia, gli Accorinti di Briatico.
Antonio Lo Bianco è stato ritenuto in via definitiva elemento di vertice della cosca Lo Bianco-Barba di Vibo Valentia, in seno alla quale avrebbe avuto compiti organizzativi in vicende estorsive, nonché quello di organizzare incontri tra sodali e risolvere controversie anche con componenti di altre consorterie. Gli venivano contestate- oltre al reato di associazione mafiosa - anche tre estorsioni, due tentate ed una consumata, aggravate dalle modalità mafiose, nei confronti di imprenditori che avrebbero appaltato dei lavori nella città di Vibo. Da ricordare che Antonio Lo Bianco era stato già condannato in via definitiva (pena già scontata a 4 anni e 8 mesi) per associazione mafiosa nel processo nato dall’operazione “Nuova Alba” del 2007.
Gaetano Molino di Limbadi, ma residente a Joppolo, è stato invece ritenuto in via definitiva elemento intraneo al clan Mancuso e per questo condannato per il reato di associazione mafiosa. Il 15 gennaio dello scorso anno è stato assolto dal maxiprocesso “Maestrale-Carthago” (giudizio con rito abbreviato). Gaetano Molino è il marito di Silvana Mancuso, quest’ultima condannata in primo grado nel dicembre 2023 a 12 anni e 2 mesi di reclusione nel processo Petrol Mafie (è in corso il processo d’appello). Silvana Mancuso è figlia del più noto Giovanni Mancuso (classe ’41), che sta scontando una condanna definitiva per usura in regime di arresti domiciliari.
Giuseppe Mangone è infine stato ritenuto elemento di collegamento fra il clan Mancuso di Limbadi ed il locale di ‘ndrangheta di Mileto. Gli veniva contestato il reato di associazione mafiosa ed in particolare di aver veicolato informazioni tra le consorterie mafiose, ricevendo e consegnando imbasciate e direttive, collaborando attivamente nella risoluzione di vicende contrattuali e negoziali relative alla compravendita ed alla gestione di terreni. Su Giuseppe Mangone, alias “Pino u barbiere”, avevano reso dichiarazioni, già in tempi risalenti, i collaboratori di giustizia Michele Iannello (condannato per l’omicidio del bimbo americano Nicolas Green) e Carmelo Falduto spiegando che i clan di Mileto a metà anni ’80 avevano deciso di votare ed appoggiare elettoralmente proprio Giuseppe Mangone, candidato al Consiglio comunale (poi non eletto per pochi voti). Successivamente, sul suo conto ha reso dichiarazioni anche Eugenio William Polito, con Giuseppe Mangone indicato come “uomo dei Mancuso che aveva una scuola di parrucchieri a Vibo Valentia”. L’amicizia con il boss di Limbadi Luigi Mancuso è stata invece ritenuta risalente nel tempo, tanto che Giuseppe Mangone è risultato tra gli ospiti al ricevimento di nozze di Luigi Mancuso con Rosaria Zinnato” celebrato a fine anni ‘80. E’ emerso inoltre che la moglie di Luigi Mancuso ha fatto da madrina di cresima ad una figlia di Giuseppe Mangone. Sempre Mangone era poi accusato di aver partecipato ad un incontro riservato fra Luigi Mancuso e l’avvocato Giancarlo Pittelli, così come sarebbe stato presente il 3 settembre 2016 ad altro incontro nel domicilio di Gaetano Molino fra Luigi Mancuso ed il nipote Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”. Giuseppe Mangone avrebbe partecipato a riunioni riservate con esponenti apicali di ‘ndrangheta, soprattutto in un periodo in cui Luigi Mancuso si è sottratto volontariamente agli obblighi della sorveglianza speciale, offrendogli ospitalità. Avrebbe poi avuto storiche relazioni con il boss di San Gregorio d’Ippona Saverio Razionale. Giuseppe Mangone è emerso anche per essere il padre di Armando Mangone, quest’ultimo sino a qualche anno fa segretario cittadino del Pd e già vicesindaco di Mileto nell’amministrazione sciolta per infiltrazioni mafiose nel 2012. Nel 2013 Armando Mangone è stato poi dichiarato incandidabile per un turno elettorale in base alla normativa antimafia.

