Per il vescovo di Cassano all’Ionio l’indignazione da sola non basta: «Non possiamo permettere che l’orrore venga addomesticato»
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«Quattro uomini hanno trovato la morte tra le fiamme. Quattro vite sono state consegnate al rogo sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza finiscono troppo spesso per diventare un’unica ferita aperta. Dinanzi a quanto è accaduto ad Amendolara non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza».
È quanto scrive monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana sull’uccisione dei quattro migranti ad Amendolara».
«Non bastano le parole educate, i comunicati composti, le frasi di rito che durano un giorno e poi vengono inghiottite dalla polvere della cronaca. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, civile, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera.
Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione. Oggi, davanti a quattro corpi ridotti in cenere, non possiamo rifugiarci nel linguaggio neutro della cronaca. Non possiamo lasciare che l’orrore venga addomesticato da parole prudenti, come se bastasse registrare il fatto e attendere che il tempo lo consumi. Quanto è accaduto ad Amendolara non è soltanto un evento terribile da chiarire fino in fondo: è una ferita morale, sociale, spirituale.
È una lama piantata nella coscienza di questa terra. È una domanda rovente rivolta alle istituzioni, alla politica, alla Chiesa, alle comunità locali, al mondo agricolo, alle imprese, ai cittadini. Non possiamo continuare a fingere di non sapere. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. E troppo spesso questi meccanismi non camminano da soli. Crescono nelle zone grigie. Si alimentano di omertà minute, connivenze opache, silenzi interessati. Si allargano dove la legge arriva tardi, dove il controllo sociale è debole, dove il timore chiude le bocche, dove poteri criminali o paracriminali lasciano fare, orientano, tollerano, proteggono, lucrano.
La violenza non è sempre un urlo: a volte è una rete muta. Non sempre spara. Non sempre minaccia a volto scoperto. Talvolta organizza il bisogno, amministra il ricatto, distribuisce permessi invisibili, decide chi può lavorare, chi deve tacere, chi può restare ai margini. Io dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità. Questi uomini non erano esistenze sacrificabili. Non erano manodopera anonima. Non erano ombre passate per caso sulla nostra terra. Erano figli, fratelli, forse padri. Avevano un nome, una lingua, una memoria, una casa lontana, una madre che li ha attesi, qualcuno che forse ancora spera in una telefonata.
La loro morte ci impedisce ogni neutralità. Perché quando un essere umano viene ridotto in cenere, l’umanità intera viene offesa. E quando questo accade qui, quella polvere resta anche sulle nostre mani. Chiedo con fermezza che si faccia piena luce. Una luce vera, senza sconti, capace di non fermarsi alla superficie del fatto, ma di scendere nei cunicoli bui in cui si incontrano sfruttamento, ricatto, illegalità, controllo del territorio. Occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze, senza prudenza malintesa, senza quel pudore ipocrita che talvolta copre il male invece di smascherarlo. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto.
La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore. Per questo invoco una mobilitazione civile. Non un rito, non una fiaccolata destinata a spegnersi il giorno dopo, non l’ennesima commozione da consegnare ai titoli dei giornali. Invoco una rivolta delle coscienze, una sollevazione morale di questa terra, perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto. Da questa tragedia deve nascere un soprassalto pubblico. Chi sfrutta va fermato.
Chi copre va smascherato. Chi sa e tace deve interrogare la propria coscienza. Chi ha responsabilità istituzionali, sociali, economiche, pastorali non può più limitarsi a presidiare il lutto: deve abitare i luoghi dove l’ingiustizia viene prodotta, dove il lavoro diventa ricatto, dove la povertà viene reclutata, dove la paura tiene gli uomini in ginocchio. Non lasciamo che questo strazio si consumi nella cronaca.
Da ciò che resta di quelle vite deve nascere un patto nuovo per la dignità del lavoro, per la tutela dei migranti, per la liberazione dei territori da ogni forma di dominio criminale, di sfruttamento e di intimidazione. Perché una comunità che non protegge i più fragili diventa essa stessa vulnerabile; e una terra che accetta lo sfruttamento come destino tradisce la propria anima.
Alla comunità cristiana dico: non possiamo celebrare l’Eucaristia e restare indifferenti davanti a corpi bruciati. Non possiamo invocare il Vangelo e tollerare che i poveri vengano consumati dal fuoco dello sfruttamento, della violenza, dell’abbandono. Il Cristo che adoriamo sull’altare è lo stesso Cristo che oggi ci viene incontro nei corpi martoriati di questi fratelli. «Ero forestiero e mi avete accolto»: questa pagina evangelica è un giudizio storico sulle nostre comunità. È una domanda che brucia più del fuoco. Dove eravamo mentre questi fratelli vivevano nella vulnerabilità? Che cosa abbiamo visto e non abbiamo voluto vedere? Quali porte abbiamo chiuso? Quali silenzi abbiamo custodito? Quali abitudini abbiamo chiamato normalità mentre erano già ingiustizia? In questa ora di dolore sento anche di chiedere a tutti un passo in più: non basta accogliere, occorre integrare. L’integrazione è un cammino concreto e quotidiano che riguarda le nostre scuole, le parrocchie, le istituzioni, il mondo del lavoro, le famiglie.
Non possiamo limitarci a offrire un letto o un contratto precario, mentre manteniamo questi fratelli ai margini della nostra vita sociale, culturale e spirituale. L’integrazione chiede che chi arriva da lontano possa imparare la lingua, avere accesso ai servizi, conoscere e rispettare le leggi, ma anche sentirsi riconosciuto e valorizzato, non tollerato come un peso necessario.
Significa creare luoghi di incontro, percorsi formativi, alleanze educative in cui italiani e stranieri possano camminare insieme, superando paure e diffidenze. Significa che i bambini dei migranti siedano accanto ai nostri figli nelle aule, che le comunità cristiane aprano i loro spazi e il loro tempo, che le amministrazioni locali non si limitino alla gestione dell’emergenza ma promuovano politiche lungimiranti di inclusione.
Senza integrazione, l’accoglienza resta un gesto incompiuto, una porta socchiusa che non si apre davvero alla possibilità di diventare un solo popolo, pur nella diversità delle culture e delle provenienze. Alla Calabria dico: rialzati. Ma non nella retorica dell’orgoglio ferito. Rialzati nella rivolta morale delle coscienze. Rialzati contro la rassegnazione, contro l’omertà, contro la normalizzazione dell’illegalità, contro quella cultura malata per cui tutto si sa e nulla si dice. Rialzati perché nessuna terra è condannata per sempre, ma ogni comunità si perde quando smette di vergognarsi del male e di combatterlo.
Quanto è accaduto ad Amendolara non deve essere archiviato come un episodio terribile tra i tanti. Deve diventare uno spartiacque. Da oggi nessuno potrà dire: non sapevo. Nessuno potrà dire: non riguarda me. Nessuno potrà dire: sono soltanto stranieri.
Quelle fiamme hanno parlato a tutti. Hanno divorato quattro uomini, ma hanno illuminato una verità che troppi preferivano lasciare al buio. Prego per questi quattro fratelli. Prego per le loro famiglie lontane. Prego perché la verità venga fuori intera, senza sconti, senza protezioni, senza zone d’ombra. Ma pregare, oggi, significa anche denunciare. Significa disturbare. Significa gridare. Significa non permettere che il sangue dei poveri venga assorbito dalla terra senza conversione, giustizia, responsabilità. Quattro corpi sono stati ridotti in cenere.
Ma quella cenere ora parla. Parla a noi. Parla alla Calabria. Parla alla Chiesa. Parla allo Stato. E ci consegna una sola parola: basta. Il Signore accolga nella sua misericordia questi fratelli lontani, pellegrini come tutti noi sulla terra. Illumini le coscienze di chi cerca la verità. Sostenga chi serve la giustizia. Scuota chi tace. Converta chi sfrutta.
E renda questa terra finalmente capace di scegliere la vita contro la morte, la luce contro le tenebre, la dignità contro ogni forma di disumanizzazione», conclude monsignor Francesco Savino

