Il presidente della Società Italiana di Psichiatria, Guido Di Sciascio, analizza il dramma della madre che si è lanciata dal balcone insieme ai tre figli: «“Li porto con me”: così la mente trasforma la maternità in tragedia»
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Il palazzo da cui la 46enne si è gettata con i tre figli
«Nel suo delirio li ha voluti proteggere, la depressione “post partum” va curata»: lo afferma il presidente nazionale della Società Italiana di Psichiatria (Sip), Guido Di Sciascio, in un’intervista a Il Giornale sul dramma di Catanzaro dove una madre si è lanciata dal balcone con i tre figli.
A suo avviso, quella della depressione “post partum” «è un’ipotesi clinicamente plausibile, soprattutto se c’era già un disagio psichiatrico emerso dopo la nascita dell’ultimo figlio. Ma va detto con chiarezza», aggiunge, «non ogni depressione post-partum conduce a gesti violenti. La stragrande maggioranza delle madri depresse soffre, si colpevolizza, si isola, ma non mette in pericolo i figli».
«Nei casi estremi, tuttavia», sottolinea Di Sciascio, «una depressione grave non trattata, soprattutto se associata a sintomi psicotici o a convinzioni deliranti, può alterare profondamente il giudizio e trasformare il vissuto materno in qualcosa di tragicamente distorto».
Quando la mamma non è più mamma? «In realtà, anche in questi casi estremi, spesso la madre non smette di essere madre nel senso affettivo del termine», sottolinea lo psichiatra, «nei cosiddetti suicidi allargati o omicidi-suicidi a matrice psicopatologica, il gesto può essere vissuto, nella mente di chi soffre, come un atto di protezione estrema: “Li porto con me”, “Senza di me non possono vivere”. La funzione protettiva materna viene patologicamente deformata fino a diventare una condotta distruttiva».
«La madre può non riuscire più a percepire i figli come soggetti separati da sé, con una loro vita autonoma e un loro futuro. In quel momento la relazione madre-figlio, che normalmente è luogo di cura e protezione, può essere inglobata in un vissuto di catastrofe, rovina o salvezza impossibile».




