Morire per il lavoro a 26 anni. Quando i sogni sono tanto grandi da farti sentire minuscolo e il futuro che hai sempre desiderato sembra lì, a portata di mano. Raffaele amava la vita, la divorava. Un ragazzo d’oro, un infaticabile lavoratore. Un figlio e un fratello impareggiabile. La sua vita terrena si ferma nel giorno di San Valentino, il Santo dell’amore. Era il 14 febbraio del 2025.

Il tragico incidente

Raffaele Sicari, originario di San Pietro, frazione di Vibo Valentia, spira a seguito dei traumi riportati dopo un tragico incidente sul lavoro a Siracusa. Tutto ha inizio la mattina dell’11 febbraio. Il giovane si trovava su un cestello elevatore per alcuni lavori di manutenzione. Stava semplicemente mettendo delle luci. Il dramma si consuma in pochi minuti: passa un camioncino, l’autista urta distrattamente il sollevatore e il ragazzo precipita giù. Immediata la corsa in ospedale, i disperati tentativi dei sanitari di tenerlo attaccato alla vita con un lunghissimo intervento. Per tre giorni Raffaele lotta. Accanto a lui i familiari arrivati dalla Calabria mentre l’intera comunità vibonese prega e spera. Ma il 14 febbraio, il cuore si ferma: «Era arrivato in ospedale già in condizioni disperate. Poi quella mattina ci hanno detto che non c’era più nulla da fare. Ricordare quei momenti è difficile – racconta mamma Anna commossa – da lì è iniziato il nostro calvario».

Un ragazzo pieno di vita

Mamma Anna lo descrive con orgoglio: «Era davvero un ragazzo speciale, un angelo sulla terra. Si era diplomato all’Alberghiero ma fin da quando aveva 15 anni aveva iniziato a fare gavetta nei ristoranti. Lavorava sempre, era una vita di sacrifici la sua. Difficilmente aveva tempo per sé stesso. Poi è arrivato il lavoro con la ditta». Raffaele «era contento del nuovo impiego, lo soddisfaceva». In tutto ciò che faceva, l’impegno era massimo: «Era un ragazzo di grandi valori, d’altri tempi. Aveva la fidanzata e la trattava con grande garbo. Quando andava a prenderla, le apriva la portiera. Questo era Raffaele».

Il dolore della perdita non sbiadisce i ricordi pieni d’amore: «Mi ritengo fortunata ad averlo avuto come figlio, anche se per breve tempo. Per soli 26 anni». Quando mamma Anna lo ha dato alla luce, aveva soli 18 anni: «Con la sorella più grande aveva solo 20 mesi di differenza. Erano legatissimi. In realtà siamo cresciuti tutti e tre insieme. Poi, 10 anni più tardi, è arrivata la sorellina più piccola». Segnata dal lutto ma non spezzata, la famiglia di Raffaele prosegue la sua battaglia: «Giustizia? Siamo ancora in attesa. Sappiamo che deve fare il suo corso, il processo si terrà a Siracusa, dove è avvenuto l’incidente. Finché avrò respiro, continuerò a chiedere giustizia per mio figlio. Per ora, attendiamo».

La festa del lavoro

In occasione del Primo maggio, il pensiero di mamma Anna va a Raffaele ma anche a tutte le vittime del lavoro le cui drammatiche storie, oggi come ieri, continuano ad affollare i quotidiani e i notiziari: «Tanti giovani, tanti padri di famiglia muoiono ancora sui luoghi di lavoro, mentre cercano di guadagnarsi un pezzo di pane. Non è giusto. C’è ancora tanta leggerezza sulla sicurezza, nei cantieri. E accadono le tragedie. Un ragazzo va al lavoro, basta un attimo e poi non torna a casa. Nessuno merita una fine così».