Il richiamo del fine storico reggino alla cura della nostra antica identità come unica promessa per il futuro. Di assoluto rilievo il suo contributo alla conoscenza dell'Aspromonte bello e selvaggio e allo studio dell'affascinante lingua grecanica che nel 2012 gli valse un tributo che lo commosse: «Non vorrei essere cittadino di nessun altro posto se non di Gallicianò»
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Appassionato del mondo antico, dove risiedono salde le radici della nostra identità e che ancora oggi ci parla attraverso la lingua e tradizioni che i borghi, la montagna, i luoghi dell'area Grecanica fedelmente custodiscono .
Instancabile camminatore dell'Aspromonte pregno di una bellezza struggente e di storia. Non ha mai smesso di raccontare il professore Domenico Minuto di questo mondo, tutt'altro che sopito per una mente feconda e una sensibilità fine come le sue. Un mondo che adesso perde un cantore, uno studioso e un divulgatore la cui voce mancherà. Mancherà molto.
Commozione e poesia a Gallicianò
Tra le immagini più luminose resta quella del professore commosso in mezzo al popolo di Gallicianò quando nel 2012, con uno straordinario scorcio naturale a fare da testimone , gli si annunciava del conferimento della cittadinanza onoraria.
Aveva raggiunto quel borgo seguendo, come era solito fare, le orme dei Greci di Calabria. Si era nutrito di quella lingua viva fatta di sonorità e trasmissione orale più che di opere scritte. Una lingua, dunque, più del sentire che dello scrivere . «Parole antichissime, espressioni e modulazioni sintattiche impensabili», così descriveva la meraviglia del Grecanico calabrese , il professore reggino utilizzato dai gallicianesi. Una di amore che rafforzò un legame già stretto con una comunità che gli era grata di aver contribuito alla scoperta e alla conoscenza di quella Bovesìa alla quale ancora appartengono.
Lì nel cuore della grecità calabrese, che aveva esplorato in ogni suo angolo, in quella circostanza contraccambiò quel gesto di amore con queste parole: «Questo è un paese traboccante di semplicità e di poesia, dove l’anima vive e si nutre dell’affetto delle persone e dove i bambini nascono ballando, dove i gallicianesi incarnano un’umanità ed una capacità di calore e genuinità di relazioni antichissime ed al contempo freschissime. Non vorrei essere cittadino di nessun altro posto se non di Gallicianò», aveva detto commosso, suggellando così un affetto profondo e reciproco.
Da allora per lui fu casa anche quella culla secolare e di straordinario fascino che è l'area grecanica di Calabria: dai monti di Bova attraverso le frazione di Amendolea e di Gallicianò di Condofuri, fino a Roghudi, Chorìo, Roccaforte del Greco e Melito Porto Salvo con la nuova Roghudi.
La Storia per capire e custodire
Fine storico, lascia numerose pubblicazioni sulla storia e sull’arte dal tardo antico al medioevo, con particolare riferimento alla civiltà e all’architettura religiosa bizantina e alla tradizione calabrese, specialmente grecanica. Un condensato di ricerche sul campo oltre che sui libri di cui avrebbe certamente continuato a raccontarci.
Aveva appena compiuto 96 anni e nella sua agenda c'erano ancora appuntamenti per incontrare un pubblico che sarebbe tornato volentieri ad ascoltarlo, come un’iniziativa promossa dalla fondazione del Rhegium Julii nel prossimo maggio.
Tra gli ultimi riconoscimenti di cui fu insignito, nel 2021 proprio il primo premio "Una vita per la Cultura", intitolato al fondatore del circolo culturale Rhegium Julii Giuseppe Casile. Un riconoscimento che lo inorgoglì profondamente e dopo il quale il professore volle rispondere con una lettera che oggi suona come un testamento, specie alla luce del momento che la città di Reggio vive, chiamata tra qualche mese a rieleggere chi dovrà amministrarla per i prossimi 5 anni. Un testamento che suona come un monito che dal passato viene a cercarci per dirci qualcosa, anzi per chiederci di avere consapevolezza e cura della nostra antica identità come unica promessa per il futuro.
La lettera
«Questa terra di Calabria è bella, è feconda, è mite. L’ha resa tale la gente che l’abita da millenni e a cui sono assai grato. Le generazioni che ci hanno preceduto ci hanno lasciato tesori di umiltà, sobrietà, laboriosità, pazienza. Nella nostra storia, tranne una breve avventura del tiranno Anassilao, non riscontro imprese di conquiste, ma piuttosto lunghi secoli di sottomissione, la quale in parte ancora dura. Abbiamo combattuto perché costretti oppure per la gioia imbecille, ma pertinace, di farci del male l’un l’altro.
Anche l’ambiente è meraviglioso perché pittoresco più che per grandiosità. Il nostro millenario passato parla con ruderi smozzicati piuttosto che con imponenti edifici. Però non c’è albero, non c’è siepe, non c’è muro, non c’è cibo a cui non sia stato affidato un linguaggio di intensa umanità, di umili virtù, di sofferenze costanti e di gioie intime.
Perciò la terra di Calabria è appassionatamente affascinante e molti forestieri di ogni tempo si innamorano di lei e del suo silenzioso racconto. Ma per comprenderne il linguaggio, per accorgersi del suo fascino, per amarla ed onorarla, occorrono conoscenza e consuetudine: due requisiti che troppo spesso mancano.
Non la conoscono e non l’ascoltano troppi amministratori che dovrebbero servirla e invece se ne servono, troppi docenti che non ne parlano ai discepoli, troppi professionisti che, invece di abbellirla, la sfruttano, quei tanti costruttori che la cancellano con stupidi ed arroganti edifici; non la conoscono, non per colpa loro, quei funzionari delle soprintendenze che restano in transito due o tre mesi e poi vengono trasferiti».
L’appello al Rhegium Julii e al mondo della cultura
«Sono certo che voi facciate sentire la vostra libera voce a quegli amministratori, a quei maestri, a quei professionisti, a quegli edificatori e funzionari che di fatto non amano la nostra terra. Forse, se la vostra voce viene ascoltata, riuscirete a portare rimedio anche alle gravi carenze di cui oggi soffriamo: nella sanità, nella fruizione dell’acqua, nello smaltimento dei rifiuti, nella difesa dal crimine degli incendi. Forse potreste frenare la banalizzazione dei nostri beni culturali e l’insipiente distruzione di quelli ambientali che si spinge fino all’inquinamento del mare, grande vanto delle nostre coste, primaria risorsa turistica.
Rivolgo, pertanto, un caldo ringraziamento a tanti di voi che ci onorano, che si prodigano con limpida e generosa abnegazione per rendere sempre più dignitosa la nostra società, per alleviarne i mali fisici e morali, che incombono qui come in ogni parte del mondo, per dare linfa e vita alla fame del nostro spirito».
Vito Teti: «Ha nutrito la nostra appartenenza»
«Era un dono, un privilegio, un onore vedere, in tante iniziative, Domenico Minuto che mi guardava e mi ascoltava. Mi sentivo in imbarazzo e appena cominciavo a parlare lo ringraziavo come si fa con i grandi Maestri. Lui si chiudeva nella sua semplicità e generosità, ma per me è stato davvero un Maestro. Di stile, di saggezza, di cultura, di cammini, di garbo. Mimmo è stato e resta l'anima bella e profonda della Calabria, quella che ti trascina nella bellezza e nell'amore per i luoghi e per le persone di questa terra amata e difficile.
Credo che abbia dato a molti di noi l'orgoglio dell'appartenenza, il gusto per le piccole grandi cose, il senso vero dei luoghi, la capacità di camminare con una concezione religiosa della vita. Avrò modo di ricordare libri, saggi, articoli, iniziative di un grande e raffinato studioso come Mimmo, adesso voglio solo salutarlo e ringraziarlo, e con lui vedo la sua sposa, compagna, musa di una vita, Silvana, di quanto mi ha donato con delicatezza e amore.
Non potremo restituire mai quello che Mimmo ci ha regalato di prezioso, ma certo sarà per noi e per quelli che verranno una di quelle persone che resteranno e faranno da guida culturale e morale in questi nostri luoghi, che sono splendidi perché ogni tanto fanno nascere figli come Mimmo. Buon cammino, buon vagabondaggio, buona ricerca di cieli dove spero ci ritroveremo, e il mio abbraccio fraterno e grato di sempre, senza tempo».
… tra le nuvole di Calabria
Tanti sono i messaggi e i saluti pregni di amore che si stanno susseguendo, richiamiamo questo saluto commuovente dell’antropologo calabrese Vito Teti che in una delle sue declinazioni del linguaggio del restare nel 2023 si è ispirato, anche con il contributo di Domenico Minuto, alle Nuvole, leggere e leggiadre, lì nel cielo, senza tempo.
«Le nuvole di Calabria a volte appaiono le più lente del mondo, a volte le più veloci. Dipende anche da come le guardi, dall’umore e dal tempo che hai o ti dai per guardare. Quando si fermano sembrano sostare per fare compagnia ai luoghi, alle persone, prima di partire. Come se volessero salutare. Quando partono lo fanno con l’ansia di chi va a trovare un mondo migliore o persone care. Dicono che tutto sia cominciato con una nuvola. Forse tutto finirà» (Vito Teti, “Il senso dei luoghi”).
La restanza come militanza
Quella di Domenico Minuto è stata una convinta e pacifica militanza culturale e una restanza poetica , un gioco profondo con una terra che non lo dimenticherà perché per farlo dovrebbe dimenticarsi sè stesso.


