Da via Fani a Proudhon. Storia di un anno particolare di Luciano Conte è un libro che ricostruisce uno degli anni più drammatici e decisivi della storia italiana: il 1978. Attraverso una selezione di articoli, analisi e testimonianze dell’epoca, l’autore ripercorre il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, il clima degli anni di piombo, le tensioni politiche interne e internazionali, e i grandi cambiamenti che segnarono il passaggio dalla Prima Repubblica a una nuova fase della vita politica italiana.

Non è solo un racconto storico, ma una riflessione critica su un’Italia sospesa tra ideali e crisi, tra terrorismo e democrazia, tra grandi leader e profonde fratture sociali. Il libro restituisce il senso di uno spartiacque: la fine di una stagione politica e l’inizio di un’epoca più incerta e disillusa.

Abbiamo intervistato Luciano Conte, a lungo esponente politico calabrese e dirigente democristiano.

Nel suo libro il 1978 appare come un punto di non ritorno: cosa abbiamo davvero perso, come Paese, con la morte di Aldo Moro?
«Abbiamo perso uno statista illuminato, capace di guardare lontano e interpretare i cambiamenti per salvaguardare la democrazia. Con la sua morte l’Italia ha conosciuto un declino politico profondo: non è crollato solo un partito, ma l’intero sistema. È iniziata una fase opaca, priva di riferimenti valoriali, in cui la democrazia rappresentativa si è indebolita, lasciando spazio a personalismo e leaderismo».

Lei parla di “tradimento” nei confronti di Moro: a chi attribuisce le maggiori responsabilità politiche e morali di quella stagione?
«Moro fu abbandonato dal suo partito nel momento decisivo. In nome della cosiddetta Ragion di Stato non si comprese che con lui si stava sacrificando la democrazia stessa. Le responsabilità sono molteplici, anche per via di pressioni esterne: Moro era scomodo, indipendente, e la sua apertura al Partito Comunista si scontrava con gli equilibri della Guerra fredda».

Quanto hanno pesato gli equilibri internazionali della Guerra fredda nel fallimento del compromesso storico?
«Hanno pesato molto. Ma il compromesso storico è stato spesso frainteso: Moro non puntava a un governo stabile tra Dc e Pci, bensì a una fase di solidarietà nazionale per accompagnare il Pci dentro una piena maturità democratica. In un contesto dominato da blocchi contrapposti, una simile evoluzione era difficilmente accettabile».

Il terrorismo delle Brigate Rosse fu solo un fenomeno interno o il prodotto di un contesto più ampio, anche internazionale?
«Fu un fenomeno complesso, inserito in un contesto internazionale. Il terrorismo degli anni ’70 si alimentava di modelli rivoluzionari globali: da Fidel Castro a Che Guevara, da Ho Chi Minh a Mao Zedong. Questi riferimenti, insieme al pensiero di filosofi come Herbert Marcuse, alimentarono una stagione di radicalizzazione anche in Europa».

Nel libro emerge anche la figura di Sandro Pertini: quanto fu importante il suo ruolo nel ricostruire la fiducia degli italiani nelle istituzioni?
«Dopo la crisi precedente, l’elezione di Sandro Pertini rappresentò un punto di svolta. La sua figura, forte di una storia antifascista e di una grande integrità morale, restituì credibilità alle istituzioni. Fu un presidente rigoroso, ma vicino al popolo, capace di incarnare valori condivisi».

Il confronto tra il socialismo di Bettino Craxi e quello del PCI segna una frattura profonda: è lì che nasce la crisi della sinistra italiana?
«La crisi affonda le radici proprio in quegli anni. Durante il sequestro Moro, le divisioni si accentuarono: Bettino Craxi sostenne la trattativa, rompendo con il Pci. Ma la frattura era anche culturale: Craxi guardava a un socialismo libertario e pluralista, distante dal modello comunista di Enrico Berlinguer».

Guardando all’Italia di oggi, quali analogie vede con quella stagione? E cosa non abbiamo ancora imparato da quegli anni?
«La memoria è fragile. Oggi riaffiorano elementi di quella crisi: il declino dei partiti, il qualunquismo, un certo autoritarismo strisciante. La Prima Repubblica, pur con tutti i suoi limiti, appare oggi meno distante. Non abbiamo imparato che senza memoria non c’è identità: il 1978 resta uno spartiacque, oltre il quale l’Italia non è più riuscita a ritrovare una piena maturità democratica».