Il progetto di ricerca trova piena espressione nel concerto in programma all’Università della Calabria: «Cerco sempre di preservare quella forza originaria, quell’energia emotiva e primordiale che caratterizza la musica tradizionale»
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“Sinfonie Mediterranee” è molto più di un progetto musicale: è un percorso di ricerca, un attraversamento profondo della tradizione che diventa linguaggio contemporaneo. Daniele Fabio, compositore e chitarrista dalla solida formazione accademica, rilegge le radici musicali del Mediterraneo non come memoria da conservare, ma come materia viva da trasformare.
In collaborazione con il direttore Alfredo Salvatore Stillo e l’Orchestra del Mediterraneo San Francesco di Paola, prende forma un progetto che fonde scrittura colta, tradizione orale e ricerca timbrica. Il risultato è una musica intensa, rituale, capace di coniugare complessità e immediatezza comunicativa.
Un lavoro che trova la sua piena espressione dal vivo, come nel concerto del 20 maggio al TAU Teatro dell’Università della Calabria, dove il Mediterraneo diventa non solo suono, ma spazio culturale e identità condivisa.
Abbiamo intervistato Daniele Fabio – “Sinfonie Mediterranee”, quando la tradizione diventa linguaggio contemporaneo
In “Sinfonie Mediterranee” la tradizione non è mai citata in modo diretto: come nasce questo lavoro di trasformazione e riscrittura delle radici musicali?
Per spiegare il mio approccio al processo di assimilazione, trasformazione e trasfigurazione della musica tradizionale, mi piace partire da una riflessione di Béla Bartók, figura centrale non solo come compositore ma anche come padre dell’etnomusicologia. Bartók sosteneva che, per comprendere davvero una musica tradizionale, non sia sufficiente trascriverla, eseguirla o ascoltarla: è necessario entrare profondamente nella vita della comunità da cui quella musica nasce, fino quasi a diventarne parte, a pensare e sentire come quel popolo.
Questa visione è stata per me determinante, perché mi ha portato a comprendere che la forza della musica tradizionale — non solo mediterranea, ma in generale — non risiede tanto nelle forme esteriori che assume, quanto in una verità più profonda, arcaica e vitale. Si tratta di una musica che nasce da un’esigenza autentica: quella di creare connessione tra gli esseri umani, all’interno di una comunità. Non è pensata per l’esibizione, ma per la relazione.
Il mio lavoro parte proprio da qui: dalla ricerca di questo “cuore pulsante”. Solo in un secondo momento mi avvicino agli aspetti formali e tecnici, che analizzo e poi destrutturo, scomponendoli in elementi più piccoli. Tuttavia, cerco sempre di preservare quella forza originaria, quell’energia emotiva e primordiale che caratterizza la musica tradizionale.
Nel processo di ricostruzione, questi elementi vengono riorganizzati all’interno del mio linguaggio compositivo. Non si tratta più, quindi, di musica tradizionale in senso stretto, ma di qualcosa di nuovo: una materia sonora le cui particelle contengono tracce di quelle radici, ma che è animata da una verità interna che ne alimenta la vita e il significato.
Il Mediterraneo nel suo progetto non è solo un riferimento geografico, ma un vero spazio culturale. Che significato assume oggi, anche alla luce dei cambiamenti contemporanei?
Ho sempre percepito la Calabria come una lingua di terra immersa nel Mediterraneo, inevitabilmente attraversata — volente o nolente — da molteplici influenze culturali: da quella greca a quella medio-orientale, da quella araba a quella normanna e spagnola. Queste stratificazioni hanno fatto sì che certe sonorità mi appartenessero profondamente, anche quando apparentemente lontane.
Per me il Mediterraneo è, prima di tutto, un crocevia: un luogo in cui le culture si incontrano e si scontrano. Oggi più che mai vediamo quanto sia complesso armonizzare queste differenze: basta poco, come in musica, per trasformare un equilibrio in dissonanza. Eppure è proprio in questa tensione che si genera movimento, trasformazione.
Il mare stesso diventa una metafora potente: apparentemente immobile, ma in realtà composto da un’infinità di elementi in continuo mutamento — una perfetta immagine del panta rei. Nel Mediterraneo, queste “correnti” diventano veicolo di culture antiche e contemporanee che si intrecciano, sfumando continuamente i confini.
Questa idea di viaggio — non solo geografico, ma anche interiore — attraversa tutto il disco: si parte da Mbashka, un termine lametino che indica un’inquietudine senza causa apparente, e si arriva a Il ritorno, che può essere inteso sia come ritorno a casa sia come nuovo inizio. È una circolarità che riflette proprio la natura del Mediterraneo: un luogo di partenze, approdi e continue trasformazioni.
La collaborazione con l’Orchestra del Mediterraneo San Francesco di Paola e con Alfredo Salvatore Stillo sembra centrale: quanto il lavoro di concertazione ha inciso sul risultato finale?
Il rapporto tra compositore e direttore d’orchestra, soprattutto in un progetto sinfonico, è profondamente sinergico. Il compositore immagina e costruisce un’immagine sonora, che viene tradotta in partitura; ma è attraverso il direttore — e quindi attraverso i musicisti — che questa immagine prende realmente forma e diventa suono vivo.
In questo progetto, il lavoro di concertazione è stato assolutamente cruciale. Una delle sfide principali era la ricerca di un suono nuovo: ho costruito la scrittura unendo strumenti della tradizione sinfonica, come archi e fiati, a strumenti che fanno da ponte tra tradizione orale e linguaggio colto, come la chitarra, la fisarmonica, la voce e i tamburi a cornice. Questo ha generato combinazioni timbriche ogni volta diverse, pensate per creare un’identità sonora specifica per il disco.
Proprio per questa ragione non potevamo affidarci a modelli preesistenti o a riferimenti consolidati: quel suono non esisteva ancora, andava costruito. Il lavoro con Alfredo Salvatore Stillo è stato quindi un processo di ricerca condivisa, molto accurato e anche impegnativo. È riuscito a raccogliere e sviluppare le mie intenzioni con grande sensibilità, traducendole in una resa orchestrale estremamente efficace.
Siamo molto soddisfatti del risultato, anche perché questa assenza di “reference” è diventata, in realtà, uno degli elementi più fertili del progetto: ci ha permesso di muoverci in uno spazio sonoro nuovo, inesplorato, dove la ricerca timbrica — insieme all’incontro tra linguaggi diversi — diventa parte integrante dell’identità musicale dell’opera.
Le sue composizioni tengono insieme complessità formale e forte capacità comunicativa: come si trova questo equilibrio tra ricerca e accessibilità?
L’equilibrio tra ricerca e accessibilità è da sempre uno dei punti centrali del mio percorso. La mia scrittura nasce da uno studio continuo e trasversale dei linguaggi musicali: dalla tradizione colta — antica, classica e contemporanea — fino al jazz, alle musiche tradizionali di diverse culture e alle sonorità più moderne. Tuttavia, ciò che mi interessa non è accumulare conoscenza, ma attraversarla: scomporre questi linguaggi, assimilarne gli elementi essenziali e lasciarli rifiorire all’interno di una voce personale.
Per mantenere questo equilibrio, cerco di non perdere mai di vista il “perché” faccio musica. Per me l’arte non deve mettere al centro l’artista, ma avere una funzione maieutica: elevare la coscienza e toccare le dimensioni più profonde dell’essere umano. La musica, proprio perché immateriale, è capace di insinuarsi anche nelle trame più sottili dell’animo umano, attraversarle e risuonare in profondità, là dove spesso le parole non arrivano.
Il processo compositivo, però, non è lineare: nasce da un’intuizione potente, quasi primordiale, ma deve poi essere contenuto e orientato. Come osservava Igor Stravinsky, la libertà assoluta in musica può diventare paralizzante. Per questo è fondamentale costruire dei confini, uno spazio entro cui quella forza creativa possa prendere forma senza disperdersi.
L’equilibrio nasce proprio da questa tensione: tra un’energia libera, quasi indomabile, e una struttura che la accoglie e la rende comunicabile. La verifica finale, per me, è diventare ascoltatore della mia stessa musica: se riesco a ritrovare quell’intenzione originaria, quell’urgenza emotiva, allora — quasi sempre — quella musica arriva anche agli altri.
È in questa coerenza, lungo tutto il processo, che si costruisce un linguaggio capace di essere al tempo stesso complesso e profondamente accessibile.
Nel progetto emerge una dimensione quasi rituale del suono. È una scelta consapevole? Che tipo di esperienza vuole far vivere al pubblico?
Quando penso alla parola “rito”, mi piace risalire alla radice sanscrita ṛta, che indica un ordine cosmico, un principio di armonia che governa il tutto. Quando l’essere umano entra in risonanza con questo ordine, la percezione di sé si espande oltre i confini del corpo e si apre a una dimensione più ampia, più profonda.
La musica, per sua natura, ha la capacità di portarci in quella direzione. Può farci viaggiare nella memoria, ma anche trasformare completamente la percezione del presente. Per questo l’ascolto, nel mio lavoro, si avvicina a una dimensione rituale: non come qualcosa di formale, ma come uno stato di apertura, di disponibilità a essere attraversati dal suono. È un atto che sembra passivo, ma in realtà è profondamente attivo, perché mette in moto una risonanza interiore.
Oggi siamo abituati a una fruizione molto veloce e superficiale della musica, spesso relegata a sottofondo. La mia ricerca va in una direzione diversa: non cerco di guidare o “indirizzare” l’ascoltatore verso un’esperienza precisa, ma parto da ciò che io stesso vivo nel processo creativo e nell’ascolto. Quando riconosco in quella musica uno stato che sento evolutivo, allora capisco che può diventare uno spazio anche per altri.
Nel momento in cui la musica viene condivisa, però, non appartiene più a chi l’ha composta: diventa esperienza di chi ascolta. Ognuno la attraversa in modo diverso, secondo la propria sensibilità. Se anche solo una piccola parte di chi ascolta riesce a portare con sé una percezione nuova, uno spostamento interiore, allora sento che il mio lavoro ha trovato il suo senso.
Il concerto al TAU Teatro dell’Università della Calabria rappresenta un ritorno alle origini del progetto: cosa dobbiamo aspettarci da questa esecuzione dal vivo e che valore ha per lei questo appuntamento?
Questo concerto ha per me un significato molto profondo, sotto diversi aspetti. Innanzitutto rappresenta il primo approdo dal vivo del progetto: dopo un lungo lavoro di composizione, registrazione e produzione, Sinfonie Mediterranee prende finalmente vita sul palco. È un passaggio fondamentale, perché la musica esce dalla dimensione del disco e diventa spettacolo.
Sono particolarmente felice che questo debutto avvenga nella mia terra d’origine. Anche se per lavoro mi trovo spesso lontano dalla Calabria, il legame con essa non si è mai interrotto — anzi, si è rafforzato proprio nella distanza. Portare qui un progetto che, nelle sue radici più profonde, respira Mediterraneo — e quindi anche Calabria — ha per me un valore simbolico molto forte: è come un cerchio che si riapre, trasformandosi in un nuovo inizio.
La serata sarà arricchita dalla presenza di un ospite speciale, Alessandro Quarta, un artista che stimo molto per la sua libertà espressiva. Interpreterà alcune pagine del disco in qualità di violino solista, proporrà una sua composizione e sarà anche protagonista di un nuovo brano che ho scritto appositamente per lui, per violino e orchestra.
Sarà una vera e propria festa musicale, con oltre trenta musicisti coinvolti e tutti gli artisti che hanno preso parte al progetto. Il contesto del TAU Teatro dell’Università della Calabria aggiunge un ulteriore valore: è un luogo di formazione e apertura, e mi auguro che possa essere uno spazio di incontro soprattutto per i più giovani.
Ci saranno, inoltre, diverse prime assolute: non solo l’esecuzione dal vivo dei brani del disco, ma anche una nuova composizione inedita. È una serata carica di emozione e significato, il primo passo di un percorso che vuole continuare a crescere nel rapporto diretto con il pubblico.

