Il racconto di una catastrofe naturale che diventa metafora del presente: l’uomo che con le sue azioni spregiudicate distrugge ciò che da millenni lo circonda. Abbiamo intervistato l’autore
Tutti gli articoli di Cultura
PHOTO
È appena uscito per Rubbettino, Calùra, romanzo d’esordio di Saverio Gangemi, finalista alla XXXVII edizione del Premio Italo Calvino e insignito della Menzione speciale della Giuria, che lo ha definito “una versione originale di climate-fiction dai tratti allegorici, sostenuta da un’invenzione linguistica capace di fondere registro colto, elementi dialettali e parole dismesse”.
Ambientato in un paese senza nome e fuori dal tempo, Calùra racconta l’avanzare di una calura improvvisa e innaturale che prosciuga la terra e inchioda gli abitanti a un’attesa immobile, all’ombra di un unico albero rimasto in vita. Più che la catastrofe, Gangemi mette in scena una deriva lenta e silenziosa, trasformando il paesaggio in una potente metafora del presente.
Lo abbiamo intervistato.
Calùra è stato definito una forma di climate-fiction allegorica. Quanto il cambiamento climatico reale ha inciso sulla nascita del romanzo e quanto, invece, la calura è una metafora più ampia del nostro tempo?
«È possibile che siano state le variazioni climatiche che stiamo vivendo, con i disastri a esse connessi, a far scattare in me l'idea di una storia in una situazione estrema, con la calùra, un caldo insopportabile da morirci a stare sotto i raggi di un sole con la forza di dieci soli. Un racconto nasce anche così, da cronache che ascolti, da eventi che osservi, da situazioni che peggiorano e ti rimane dentro, fino a indurti a lanciarti scrivendone. Ed è possibile che sia una metafora del nostro tempo, un'accusa all'uomo che distrugge la vita con le sue attività, direi spregiudicate, incoscienti, egoistiche, e che è troppo schiacciato sul presente senza badare al futuro del pianeta e delle nuove generazioni. Non sta a me dire, o almeno non riesco a decifrarlo, quale sia delle due, forse un po' di entrambe. Ho seguito l'istinto. E l'istinto mi ha condotto su questa strada senza che avessi certezza su dove volessi parare, fin dove spingere la narrazione. Lo affido al lettore, mi dica lui».
Ha scelto di ambientare la storia in un paese senza nome, sospeso fuori dal tempo. È stata una scelta per rendere il racconto universale o per sottrarlo a una geografia riconoscibile?
«Non ho ritenuto importante ai fini della narrazione identificare un luogo. Il mondo va in rovina ovunque. E un luogo vale l'altro. Certo, essermi tenuto vago forse aiuta a espandere la denuncia, se denuncia è, di una china disastrosa da far immaginare nel breve termine, geologicamente parlando, l'estinzione della specie umana. A parte questo, l'ambientazione è riconoscibile, per certe peculiarità che appartengono alla nostra terra, al Sud in generale. Lo connota anche il linguaggio, con espressioni tratte dal dialetto, italianizzato però. E, seppure non specificata con esattezza, è riconoscibile l'epoca, si parla infatti di un duca feudatario, di peste, di archibugi e di altri elementi che, tutti assieme, individuano il periodo nel XVI secolo (la peste imperversò allora)».
Nel romanzo non c’è un evento catastrofico improvviso, ma una lenta erosione del vivere quotidiano. Perché ha deciso di raccontare l’attesa, invece dell’esplosione della crisi?
«L'uomo sta vivendo l'attesa dell'estinzione, ignorata pur nella consapevolezza che, a non fermarsi nella sua folle corsa, sarà inevitabile. Procede verso il disastro universale con brusche accelerazioni. e con il cinismo di non badarci, perché tanto apparterrà a chi li proseguirà. Racconto il tempo che precede la fine e poi la fine. E lascio intravedere l'alba di un domani diverso, di un'alternanza di vite dominanti, e con altri custodi. Non sempre siamo padroni delle scelte letterarie, ci lasciamo condurre docili, questa è la direzione che mi è venuta spontanea ed è la direzione che ho seguito».
La lingua è uno degli elementi più forti del libro, tra italiano letterario, parole rare e frammenti dialettali. Come ha lavorato sulla costruzione di questa voce?
«Ho scelto così. Sono stato sempre affascinato dalla scrittura che privilegia questa soluzione letteraria, e di tecnica narrativa, che in certi tratti sa non essere lingua italiana senza però immergersi nel dialetto. Ho trovato appagante la mescolanza con espressioni dialettali trasformate in italiano. Mi è anche parsa funzionante, e funzionale all'ambientazione, fornisce tracce di dove ci troviamo. E l'ho fatta mia, soccorso in questo da un buon lavoro di editing che a mio parere ha modulato meglio la caratteristica».
Il paesaggio sembra assumere un ruolo centrale, quasi autonomo. Che rapporto c’è, in Calùra, tra la natura e i personaggi?
«La natura e gli uomini muoiono assieme. Cede per prima la natura, che ha meno difese. L'uomo si difende e fa di tutto per resistere, ma non ha più la natura a sorreggerlo. Cioè, la natura si traveste del destino degli uomini, lo incarna, perché se li trascina con sé nella rovina. Natura e uomini camminano sulle stesse orme, sono connessi da non potersi districare. Magari, più o meno consapevolmente, ho tracciato l'idea di una interdipendenza dalla quale non si deve prescindere, un monito all'uomo ad avere rispetto della natura».
L’immagine dell’unico albero rimasto in vita è una delle più potenti del romanzo. Per lei rappresenta una possibilità di rinascita o l’ultimo segno prima della fine?
«È entrambe le cose. L'albero sconosciuto, cresciuto in fretta da una verga all'apparenza spellata e quindi morta, è l'unico elemento della natura che resiste, sembra anzi non subire conseguenze dall'accanirsi degli eventi catastrofici. E' metafora di un mondo che non ci sta a consumarsi e tuttavia soccombe e si consegna ad "altro", è l'ultimo baluardo prima della resa ed è nel contempo rinascita nel risorgere dalle radici mentre intorno tutto avvampa e si distrugge. E' il passaggio tra un ciclo appena consumato e uno nuovo inizio che si fa largo».

