A tanto ammonta il conto per le finanze globali, secondo JP Morgan, dall’inizio del conflitto. Rischi concreti di recessione per i paesi più poveri
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In poco meno di due mesi di conflitto JP Morgan stima in oltre 1.500 miliardi di dollari il conto salato della guerra in Medio Oriente. La finanza mondiale ha pagato il prezzo maggiore, oltre il 75%. Gli Stati stanno pagando in termini di equilibri di bilancio e di stabilità in qualche caso ben oltre la recessione. Africa ed Asia, dicono esperti ed analisti finanziari, ne subiranno le conseguenze per anni. Sempre JP Morgan avverte sui rischi legati all’onda lunga della ripresa che se non sarà immediata potrebbe riservare sorprese poco piacevoli già nel breve e nel medio periodo. Le armi tacciono ma la soluzione al conflitto è ancora lontana. I mercati azionari hanno reagito positivamente ai segnali di una accelerazione dei colloqui tra Stati Uniti e Iran impegnati, con la mediazione del Pakistan, a trovare un compromesso che metta fine al conflitto. Ottimismo alimentato anche dalla notizia dell’avvio dei colloqui tra israeliani e libanesi che torneranno a parlarsi, per la prima volta, dopo decenni. Regge la tregua armata tra Washington e Teheran mentre nel sud del Libano Israele continua a martellare le posizioni di Hezbollah.
Doppio blocco, dal Golfo non si entra e non si esce
Stretto di Hormuz off limits sia per le minacce iraniane, sia per le per le navi in viaggio sulle “rotte sicure” autorizzate dai pasdaran. Il blocco navale attuato dalla marina Usa rende di fatto inutilizzabile il corridoio a pedaggio aperto dai Guardiani della rivoluzione. Un passaggio utilizzato dalle navi della cosiddetta “flotta ombra” iraniana, forte di circa 70 tra petroliere, metaniere e cargo, che Teheran utilizza, secondo gli Usa, «con la complicità di altri paesi» per aggirare l’embargo e vendere il proprio greggio. Il segretario del Tesoro, Scott Bessent, ha annunciato sanzioni contro una ventina di individui, aziende e compagnie di navigazione in affari con l’Iran. Tredici le navi intercettate nelle ultime 48 ore dagli americani posizionati nel Golfo di Oman. Il blocco Usa impedisce l’ingresso e l’uscita da Hormuz. Una situazione a dir poco esplosiva.
Il Comando centrale degli Stati Uniti ha fatto sapere che le imbarcazioni che proveranno a forzare il blocco saranno abbordate e sequestrate. L’esercito iraniano ha a sua volta minacciato di bloccare la navigazione nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso sfruttando il sostegno militare degli Houti yemeniti che controllano i principali porti del paese e la capitale San’a e che sono in grado di mettere a rischio la navigazione nell’area. Su questa rotta viaggiano il petrolio saudita, il greggio, il gas e le merci dirette in Africa e in Europa. Sempre più critica, intanto, la situazione degli approvvigionamenti di cherosene per i voli. Oggi il capo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, Fatih Birol, ha detto all'Associated Press che «all'Europa restano forse sei settimane di carburante per aerei». Ciò aumenta il rischio della cancellazione dei voli su alcune rotte.
Ancora lontana una soluzione diplomatica
In un’intervista alla Bbc il ministro degli Esteri britannico David Miliband ha avvertito del rischio di una crisi umanitaria se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto. Insieme ai ministri europei degli Esteri dell’Ue, Miliband ha chiesto all’Onu la creazione di un corridoio sicuro per consentire il passaggio di beni essenziali, come cibo e aiuti medici, e ha messo in guardia contro quella che ha definito «bomba a orologeria della carestia» che potrebbe scoppiare a giugno. In molti paesi asiatici ed africani la mancanza di fertilizzanti e di altri prodotti agricoli mette a rischio le semine ed oltre il 70% delle colture. Il governatore della Banca d'Inghilterra, Andrew Bailey, ha avvertito che la crisi energetica farà aumentare i prezzi in molti paesi con «riflessi preoccupanti» sulle singole economie ed il rischio di una recessione economica globale come temuto dal Fondo monetario internazionale. Una catastrofe per i paesi più poveri che si troverebbero a dover gestire nelle difficoltà una crisi senza precedenti.


