Il Governo ha deciso: 0,9% del Pil alla difesa e 0,6% alla sicurezza energetica. Via libera Ue a ottobre per lo scostamento di bilancio
Tutti gli articoli di Economia e lavoro
PHOTO
In un’aula della Camera insolitamente animata per l'inizio di agosto, il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha delineato i contorni di quella che si preannuncia come la manovra finanziaria più delicata del governo Meloni. Al centro della scena, la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, uno strumento negoziale ottenuto a fatica in sede europea che permetterebbe all'Italia di sforare i tetti di spesa netta per investimenti strategici in difesa e sicurezza energetica.
La strategia è chiara nei numeri, ma complessa nelle implicazioni politiche e contabili: una richiesta complessiva di flessibilità pari all'1,5% del PIL, suddivisa tra un massiccio investimento nel comparto militare e il massimo consentito per la resilienza energetica. Tuttavia, dietro i decimali si nasconde un'insidia che il titolare di via XX Settembre non ha nascosto: il rischio di rimanere intrappolati nella procedura per deficit eccessivo fino al 2030.
I numeri della clausola
Il piano illustrato da Giorgetti prevede una ripartizione precisa delle risorse. L'Italia intende avvalersi della clausola originariamente pensata per la difesa (pari all'1,5% annuo), ma con una novità fondamentale: la possibilità di dirottare una quota verso l'energia. Il governo ha deciso di chiedere il «massimo della sicurezza energetica», ovvero lo 0,3% annuo per due anni, arrivando a un totale di circa 14,4 miliardi. Queste risorse dovranno finanziare esclusivamente misure "addizionali" deliberate a partire dal 28 febbraio 2026, volte a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e migliorare la sicurezza degli approvvigionamenti.
Discorso diverso, per la difesa. Sebbene la clausola permettesse margini superiori, l'esecutivo ha scelto di fermarsi allo 0,9%, pari a quasi 22 miliardi. Una scelta definita da Giorgetti come «difficile e impopolare», specialmente in un clima pre-elettorale, ma ritenuta necessaria per colmare i ritardi del passato.
In totale, si parla di una mobilitazione di circa 36 miliardi che scorreranno su binari temporali sfasati: la spesa energetica si concentrerà nel biennio 2027-2028 (con una piccola quota anticipata al 2026), mentre quella per la difesa sarà concentrata prevalentemente sul 2028.
Il calendario di Bruxelles: la scadenza di Ferragosto
La tempistica è serrata. La Commissione europea ha invitato l'Italia a presentare la richiesta formale entro la metà di agosto. Questo documento dovrà contenere un elenco di massima delle misure e una stima preliminare dei costi. Il percorso autorizzativo prevede poi due tappe obbligate. La valutazione da parte della Commissione, che avverrà a settembre e ad ottobre la formalizzazione degli accordi durante la riunione dell'Ecofin.
Solo dopo il via libera europeo, il governo procederà con la procedura nazionale di cui all'articolo 6 della legge 243/2012, ovvero la richiesta formale al Parlamento per lo scostamento di bilancio.
Il monitoraggio della spesa
L'attivazione della clausola ha un costo e rigidi parametri di controllo. Il ministro ha spiegato che il monitoraggio della traiettoria di spesa avverrà in due fasi distinte. In primo luogo, Bruxelles verificherà se l'eventuale debito sul "conto di controllo" (lo scostamento rispetto al piano di spesa netta concordato) sia riconducibile all'aumento delle spese per la difesa. Se tale incremento non giustificasse pienamente lo scostamento, scatterà un secondo controllo per verificare se i margini residui siano stati effettivamente utilizzati per la sicurezza energetica. Per garantire questa trasparenza, l’Italia, come gli altri Paesi, dovrà fornire informazioni dettagliate due volte l'anno: entro il 15 aprile ed entro il 15 ottobre.
L'incognita del deficit: il rischio procedura fino al 2030
Nonostante la clausola permetta di giustificare scostamenti sulla spesa netta, Giorgetti ha lanciato un monito severo: questi interventi hanno un pieno impatto sul deficit nominale. Il problema è tecnico ma dai risvolti politici pesantissimi. Se il deficit italiano non scenderà sotto la soglia del 3% dei trattati, la procedura per deficit eccessivo non potrà essere chiusa. Il ministro ha chiarito che, se i dati di settembre non mostreranno una revisione al ribasso del deficit 2025 (attualmente stimato al 3,1%), l'Italia potrebbe restare sotto sorveglianza speciale europea fino al 2030.
«Un peggioramento dei conti pubblici tali da determinare un deficit superiore al 3% implicherebbe la permanenza nella procedura... anche qualora il deficit in eccesso sia interamente riconducibile a spese ammissibili alla clausola», ha avvertito Giorgetti. In sintesi, la flessibilità europea sulla spesa non protegge automaticamente dai vincoli del rientro dal deficit.
Difesa: non solo armi, ma riprogrammazione
Un dettaglio tecnico di rilievo emerso dalle comunicazioni riguarda la natura delle spese militari. Oltre ai nuovi investimenti, la clausola permetterà di finanziare spese correnti e, soprattutto, di rimodulare risorse già previste a legislazione vigente.
Attraverso una «riprogrammazione delle tempistiche di consegna dei materiali», il Governo punta a spostare l'impatto contabile di alcuni acquisti, aprendo così margini di manovra (il cosiddetto "tesoretto") per la prossima legge di bilancio. Questo passaggio è fondamentale per i partiti di maggioranza, che guardano con ansia a una manovra d'autunno che molti definiscono già "elettorale".
Tra risoluzioni unitarie e tensioni di maggioranza
Il centrodestra si è presentato compatto con una risoluzione unitaria firmata dai quattro gruppi di maggioranza, impegnando Palazzo Chigi a utilizzare i margini del programma Safe per ottenere le migliori condizioni di finanziamento sulla difesa. La Lega che chiesto parametri di impiego più rigidi. I finanziamenti, dice il documento finale, devono essere utilizzati per «sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale». Giorgetti non ha però fornito indicazioni sulle misure individuate.
Durante il voto non sono mancate le tensioni. Il partito di Vannacci ha votato no. I riformisti del Pd hanno votato le risoluzioni di Iv e +Europa favorevoli al Safe. Contrario il Pd che ha definito il sì una costosa «cambiale in bianco». No secco anche da AVS e dal M5s. Giuseppe Conte dice: «Non chiedeteci un euro per il riarmo».
Alla fine, Camera e Senato hanno approvato il ricorso al Safe, rispettivamente con 181 e 98 sì.
La dimensione dello scostamento - che dovrà superare il voto del Parlamento a maggioranza assoluta - verrà definita solo a ottobre. Prima, spiega Giorgetti, il Governo vuole capire se l'Italia riuscirà ad uscire anticipatamente dalla procedura di infrazione. In caso contrario, attivando la clausola si rischia di restare nella procedura più a lungo. Per altri 5 anni, fino al 2030.

