Il ministero delle Infrastrutture sta lavorando alle integrazioni documentali per rispondere ai rilievi mossi dalla Corte dei conti. Salvi i fondi per l’avvio dei cantieri si punta ora ai mega investimenti stanziati dallo Stato
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I cantieri, alla fine, non sono partiti. Accadrà, forse, nei prossimi mesi. Il Governo insiste sul progetto da 13,5 miliardi di euro affidato al consorzio internazionale Eurolink guidato da Webuild, con la giapponese IHI, il gruppo spagnolo Sacyr ed i progettisti dello studio danese Cowi. Al momento pareri controversi stoppano la realizzazione di un’opera che si annuncia la più imponente e costosa mai realizzata nel nostro Paese e che punta a modernizzare e velocizzare i collegamenti Nord-Sud. Per unire Sicilia e Calabria ci vorranno 8 anni e 36mila tra tecnici ed operai specializzati. Nell’indotto ci sarà lavoro per circa duemila imprese con un ulteriore impiego di circa 50mila unità. Secondo le stime il contributo al Pil sarà pari a 23 miliardi. I guadagni previsti per la Sicilia e per la Calabria ammontano complessivamente a 4 miliardi fino alla realizzazione dell’opera. Con i suoi 3.660 metri di lunghezza, 3.300 di campata unica, il Ponte avrà 3 corsie per direzione (due di marcia e una di emergenza) e una sede ferroviaria a doppio binario. Le torri saranno alte 399 metri, per una capacità massima di 6mila veicoli all'ora e 200 treni al giorno. Il progetto prevede una serie di interventi infrastrutturali su entrambi i versanti: 20 km di rete stradale e 20 km di rete ferroviaria a doppio binario e 3 nuove stazioni ferroviarie, un centro direzionale a Villa San Giovanni.
I finanziamenti e le stime sui ricavi di esercizio
Il costo complessivo è di 13 miliardi e 532 milioni. I lavori risultano interamente coperti e la manovra finanziaria del 2025 li prevede in toto nel capitolo 7190 del bilancio del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, Missione 14- Infrastrutture pubbliche e logistica, Programma 14.11 - Pianificazione strategica di settore e sistemi stradali e autostradali. Sei miliardi e 962 milioni provengono direttamente dal bilancio dello Stato, 1 miliardo e 625 milioni arrivano dai Fondi sviluppo e coesione attribuiti alle regioni Sicilia (1,3 miliardi) e Calabria (300 milioni). Altri 718 milioni di Fsc sono stati recuperati da residui di bilancio delle amministrazioni. A queste risorse si aggiungono 3 miliardi e 882 milioni del Fondo di sviluppo e coesione nazionale e 370 milioni di risorse proprie della società Stretto di Messina. La stima dei ricavi di esercizio prevede, a regime, 163 milioni di introiti all’anno dal pagamento dei pedaggi.
Cosa succede ora
I fondi stanziati per l’avvio dei cantieri nel 2025, 780 milioni, sono stati ricollocati e messi in bilancio nel 2032. Si preannunciano, dunque, tempi molto lunghi con il Governo chiamato a fornire chiarimenti alla Corte dei conti che ha negato alla delibera del Cipess il suo visto di legittimità contabile. I punti controversi riguardano alcuni termini del contratto, le tariffe di attraversamento ed i vincoli ambientali. Molto si è dibattuto sulla possibilità di azzerare tutto e ripartire con un nuovo progetto, idea bocciata sia dal Governo sia dalla società Stretto di Messina che in questi giorni sta lavorando, come sta facendo il ministero delle Infrastrutture, per integrare la documentazione tecnica necessaria per poter procedere. Una volta ricevuti i chiarimenti richiesti la Corte dei conti potrà apporre il visto o registrare il progetto “con riserva”. Nel caso si verificasse questa seconda ipotesi, gli atti andrebbero al Parlamento che ne chiederà conto al Governo. L’esecutivo a quel punto deciderà se procedere, cosa che pare ormai scontata, assumendosene la responsabilità politica, e motivando la decisione di andare avanti, anche con il parere contrario della magistratura contabile, perché a giudizio della maggioranza il progetto presenta rilievi di rilevante interesse pubblico.



