Nella patria del vino calabrese un collettivo di aziende ha scelto di non inseguire il mercato ma di proporre etichette che rispecchino il più possibile l’autenticità dei vitigni, la storia e l’identità del territorio. Un’esperienza che ha conquistato anche i giudici del Concours mondial de Bruxelles
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Un approccio che non insegue il mercato e i gusti dei consumatori ma che va a prendersi un proprio spazio sul mercato stesso. Un metodo che rifiuta l’omologazione del gusto e la chimica, in vigna e in cantina, per un calice naturale che rispecchi il più possibile il territorio da cui trae origine.
È lo spirito della Cirò revolution, il collettivo oggi composto da un pugno di produttori che da circa 20 anni ha ribaltato la visione etica e commerciale del vino più famoso della Calabria trasformando le piccole produzioni familiari, prima destinate all’autoconsumo o alla vendita alle cantine più grandi, in etichette oggi sempre più richieste dagli estimatori.
Non un movimento “contro” - le aziende della Cirò revolution sono infatti parte integrante del Consorzio di tutela - ma un nucleo che si richiama alla tradizione e all’identità di una terra in cui il vino si produce da tremila anni.
Un’esperienza ormai consolidata, presentata anche ai giudici del Concours mondial de Bruxelles arrivati a Cirò, nei giorni scorsi, per la sessione dedicata ai vini rosati. Ad ospitare la degustazione focalizzata sulla Cirò revolution sono stati gli spazi del Polo museale cirotano all’interno del quale è presenta una sezione dedicata al vino.
«Cirò è un territorio molto composito dove le grandi aziende coesistono con le piccole cantine dei vigneron» spiega Francesco De Franco, delle cantine ‘A vita, un pioniere del movimento. «La nostra generazione, intorno al 2005, ha preso in mano le aziende di famiglia che prima vendevano uva e ha iniziato a trasformarle dando così un maggior valore aggiunto a quelle uve».
Nessuna smania di moltiplicare volumi di produzione ma l’esigenza di restare fedeli alla propria attitudine. «La nostra forza - spiega De Franco - è proprio quella di essere piccoli perché ci permette di avere vini di grande carattere e, invece di inseguire il mercato che cambia di anno in anno, siamo noi a cercare un mercato per il nostro vino: la vera rivoluzione a Cirò è stata proprio questa».
A fargli eco è Cristian Vumbaca, titolare dell’omonima cantina. «Noi facciamo i vini della tradizione da vitigni storici autoctoni: il gaglioppo e il greco bianco. Li vinifichiamo come si faceva un tempo, ovviamente con le tecnologie moderne ma mantenendo integra la materia prima. Il vino si fa in vigna, sembra una frase fatta, ma è la realtà».
E il risultato è un piccolo gioiello enologico che ha ricevuto ampi consensi anche da parte dei giurati del Concuors. Come il danese Ole Udsen, profondo conoscitore della Calabria del vino che frequenta ormai da 25 anni. «Ho visto con grande gioia che adesso in Calabria si fa squadra, non era così nel passato, ma adesso è sempre più evidente come le cose siano cambiate in positivo e i ragazzi della Cirò revolution ne sono un esempio: fanno cose fantastiche e io sono così felice di vedere questo sviluppo per l’enologia in Calabria».
L’unione delle forze ha alzato il livello della qualità: «Ora ci sono tanti grandi vini in Calabria - aggiunge Udsen -, le potenzialità ci sono sempre state ma adesso la qualità sta emergendo sempre di più. La cosa più importante resta la capacità di fare squadra: un fattore molto popolare perché se la gente vede che voi fate squadra prova simpatia ed è solo perché si fa squadra che è possibile poi fare cose come il Concours mondial de Bruxelles in Calabria».
Per Luca Grippo, giornalista del vino e giurato del Cmb, i vini di Cirò «hanno una qualità straordinaria che cresce sempre di più anche grazie al lavoro dei ragazzi della Cirò revolution che sono perfettamente integrati nel Consorzio e questo è molto bello. Ma qui si scopre sempre qualcosa di nuovo ma di antichissimo: non dobbiamo mai dimenticare che il vino è nato e cresciuto proprio in queste zone che ancora custodiscono una biodiversità unica e assoluta».



