Con il suo stile sobrio e imparziale, il presidente della Repubblica continua a ricordare che il potere non è una performance ma una responsabilità. E che lo Stato non si difende occupando lo spazio mediatico ma custodendo il senso dei limiti
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Il presidente Mattarella
Negli anni, Sergio Mattarella è diventato qualcosa di più di un Presidente della Repubblica. È diventato un metro di misura. Un riferimento silenzioso, ma costante, di ciò che lo Stato dovrebbe essere quando smette di rincorrere il consenso e torna a esercitare la propria funzione più alta: dare forma alla convivenza, non offrire spettacolo al potere.
Lo si è visto anche durante la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Non nei proclami, non nei riflettori cercati, ma nella sobrietà dei gesti, nello stile mai esibito, in quella presenza discreta che riesce a essere autorevole senza bisogno di alzare la voce. In un tempo in cui la politica ha fatto dell’eccesso una cifra e della volgarità un linguaggio, Mattarella continua a rappresentare l’idea di una politica nobile, misurata, imparziale. Una politica che non ha bisogno di gridare per farsi ascoltare.
Ed è proprio questo, oggi, a renderlo una figura quasi controcorrente.
Mentre il dibattito pubblico si riduce sempre più spesso a slogan, posture, nemici da esibire e fedeltà da ostentare, la Presidenza della Repubblica, sotto la sua guida, continua a ricordare che il potere non è una performance, ma una responsabilità. Che l’autorevolezza non nasce dalla sovraesposizione, ma dalla coerenza. Che lo Stato non si difende occupando lo spazio mediatico, ma custodendo il senso dei limiti. In un Paese in cui la politica sembra aver dimenticato il valore del silenzio, Mattarella ne ha fatto uno strumento istituzionale.
È forse proprio nei momenti più difficili della storia nazionale e internazionale che la sua figura si è imposta con maggiore chiarezza. In politica estera ha scelto da subito la nettezza delle posizioni: il sostegno all’Ucraina aggredita, la difesa del popolo di Gaza colpito, la distanza mantenuta con fermezza rispetto alle ambiguità di certo potere globale, senza timore di attacchi o accuse provenienti da chi non ha mai digerito la sua autonomia. Mai un’esibizione, mai una parola fuori posto. Solo il peso delle istituzioni esercitato fino in fondo.
Non è un caso che, insieme a Giorgio Napolitano, Mattarella sia uno dei due soli Presidenti della Repubblica rieletti per un secondo mandato. Una circostanza eccezionale, che dice molto del momento storico e ancora di più del ruolo svolto. Entrambi hanno interpretato la Presidenza come presidio della Costituzione, non come sua forzatura. La Carta come unica strada maestra, non come ostacolo da aggirare.
Se Napolitano è stato un Presidente interventista, chiamato a rappresentare lo Stato nei passaggi più tormentati della stagione berlusconiana, Mattarella ha scelto un’altra postura, quella della fermezza silenziosa. Ha saputo parlare al Paese intero senza fare distinzioni, richiamare i governi senza umiliarli, farsi sentire senza mai cedere alla tentazione del protagonismo. Anche nei passaggi più confusi e contraddittori dell’azione di governo, la sua mano, discreta ma decisiva, ha spesso impedito che scelte maldestre diventassero fratture istituzionali irreparabili.
Per questo, simbolicamente, anche queste Olimpiadi le ha già vinte lui. Con un sorriso accennato, mai compiaciuto. Con una presenza che non occupa la scena, ma la tiene insieme. Con l’idea, sempre più rara, che la forza delle istituzioni non stia nella loro esposizione, ma nella loro credibilità.
Mattarella insegna, a ogni livello, una lezione che molti sembrano aver dimenticato: lo Stato non è uno strumento da usare, ma una responsabilità da servire. Nessuno dovrebbe servirsi delle istituzioni per fini privati o di parte. L’onestà, il rigore, il senso del limite non sono virtù accessorie. Sono il fondamento della democrazia.
Servire lo Stato e le istituzioni, senza mai servirsene. In molti, oggi, dovrebbero davvero prendere appunti.


